Martedì 14 febbraio 2012 LECTIO Letture: Gc 1, 12-18; Mc 8, 14-21.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

 

“Non comprendete ancora?” è il monito di Gesù alla fine della pagina di Marco, e lo sarà per tutto questo vangelo, tragico e umanissimo insieme  -  il meno ascoltato e letto fino a tempi recenti, ma forse oggi di una attualità sconcertante. I sensi dei discepoli non sono aperti abbastanza, non sanno o non riescono o non vogliono accogliere quello che è. Sembra impossibile che abbiano dimenticato i “segni” e i miracoli, le guarigioni, le moltiplicazioni dei pani già avvenute: forse li hanno sepolti, come spesso facciamo tutti, catalogati e magari resi concetti, morti. In questo modo, tutto quel lievito sparso, diventa putrefazione o al massimo pane vecchio, croste immangiabili. In Marco vediamo spesso un Messia quasi violento, duro con i suoi quanto con gli altri; eppure, come accade nella Creazione, la violenza della ruah che corre sopra le acque, si placa e diventa parola dialogica, soprattutto interrogazione: la tempesta si restringe nel fiato che esce dalla bocca nella forma della parola, donata. La violenza non sparisce, non viene censurata: ma appare capace di relazione, scrosta via la calce della “dimenticanza” e si sforza di aprire i sensi: “non comprendete ancora?” è un pane amaro, ma buono, necessario. Non è una tentazione o solamente uno sfogo da parte di Gesù: come ci ricorda la prima lettura, infatti, “Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno”  -  anche se non è detto che il suo rivolgersi a noi non possa o non debba farci male  -  anche la luce fa male, disturba e ci costringe a chiudere gli occhi per il troppo riflesso: “Non ingannatevi, fratelli miei carissimi: ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature” ci ricorda Giacomo. Cristo sarà “primizia dei morti”, e noi lo siamo, morti e primizie insieme, ad ogni momento: siamo in quel discrimine in ogni attimo, quando i sensi non sono aperti a quello che è, nella sua semplicità. L’estrema apertura di occhi, orecchie, corpo e viscere sarà la Croce: è questa la sua Gloria e la sua trascendenza, il suo germogliare. In un certo senso, sulla Croce, in questa estrema apertura e divaricazione amorosa, le ceste dei pani e l’abbondanza vengono dimenticati (è una dimenticanza dal sapore dolcissimo, è abbandono, non attaccamento alle strenne miracolistiche, alle devozioni del dare/avere, al bisogno della risposta e dell’essere corrisposti)  -  perché il pane non può pensare al pane, ma solo assumere ciò che può fare: darsi senza riserve, a tutti, anche trasformando il no in si. Siamo chiamati a questa “dimenticanza” per germogliare. 

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