LECTIO Letture: Gc 1, 19-27; Mc 8, 22-26.
Cosa vedi: “Vedi qualcosa?” è la domanda di Gesù al cieco di questa pagina del vangelo di Marco. E il cieco non riacquista subito la vista: prima vede la gente “come degli alberi che camminano” e il Messia è costretto ad operare in lui un’altra volta. Cosa strana: la potenza di Dio avrebbe potuto guarirlo immediatamente, senza questa lentezza; una lentezza che, abituati al ritmo incalzante del vangelo di Marco, sconcerta anche nel meccanismo narrativo. Mi pare chiaro che anche questa lentezza, narrativamente e teologicamente, è un dono - ci permette di vedere davvero, per gradi, per non essere abbagliati e rimanere ciechi ad un altro livello, magari quello del fanatismo e delle sicurezze che si fanno idolo; inoltre, ci concede e ci chiede di partecipare alla Grazia anche con le nostre forze: anzi, le nostre forze non sono altro che le nostre debolezze, dire che non si vede ancora perfettamente, che siamo tentennanti, che non abbiamo una teoria (da “vedere”, appunto) che sappia rispondere di tutto, una rappresentazione autosufficiente e immunitariamente chiusa su se stessa. Chi scrive queste riflessioni coglie in sé, tramite questo episodio, essenzialmente due problematiche, anche attraverso la prima lettura dalla Lettera di Giacomo. L’apostolo dice: “ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira”, e ancora: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi; perché, se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto allo specchio: appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica com’era”. Questa secondo frase è vertiginosa: guardare il proprio volto allo specchio è sicuramente il momento della vanità, di un rapporto con la Parola come abbellimento intellettuale personale - una lentezza che indugia per puro piacere. Eppure, come sempre, più in profondità, mi pare ci sia dell’altro: dobbiamo dimenticare questa fissazione, certo, ma anche ricordarla. Se abbiamo la pazienza e l’umiltà della lentezza, quello specchio ci mostra anche il nostro errore, la nostra fissazione narcisistica - che ci impedisce la pratica della Parola. In fondo, non siamo liberi se non infrangiamo quello specchio, ma non lo diventiamo senza portare in noi i frantumi di quell’immagine nella carne - perché siamo anche quello. L’immagine della gente vista dal cieco prima della completa guarigione mi pare emblematica: siamo ancora solo “alberi che camminano”, a metà strada tra la libertà e il radicamento nei nostri errori, corteccia e carne, capaci di muoverci goffamente, magari anche alberi molto belli, grandi - che ascoltano ma non si muovono nella libertà. Siamo il cieco che progressivamente schiarisce la vista mentre ascolta e pratica, e anche quello che vede.