LECTIO Letture: Am 5, 14-15. 21-24; Mt 8, 28-34.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

“Lontano da me il frastuono dei vostri canti, il suono delle vostre arpe non posso sentirlo”  - dice il Signore nella pagina di Amos -  “Io detesto, respingo le vostre feste solenni e non gradisco le vostre riunioni sacre; anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco le vostre offerte e le vittime grasse come pacificazione io non le guardo”. Dio, per bocca del profeta, mette a tacere il frastuono e l’indaffarato attivismo dei sacrifici e dei riti ma, questo è fondamentale, la sua critica non si rivolge allo strumento rituale in sé, quanto piuttosto al suo uso distorto. L’immagine di una divinità da placare con feste e offerte è, nel profondo, estranea al Dio di Israele: l’uomo è convinto di ammansire la sua ira, di tenerlo buono mediante “tangenti” quotidiane; ancora una volta, il popolo si costruisce il suo idolo, a proprio uso, intrappolandosi da solo nella rappresentazione che, in fondo, è sempre e solo rappresentazione di sé. Ma l’errore più grande è forse la conseguenza di tutto questo: il “frastuono dei canti” e l’abbondanza di attivismo risultano essere una sordina per attenuare o cancellare l’ascolto della parola di Dio e dell’Alleanza, la sua pratica in atto, racchiusa in quel “faremo e ascolteremo” dell’Esodo. Anche l’offerta, in questo modo, può diventare violenza, chiusura, rifiuto: offrire per rifiutare, colmare di attenzioni e di “olocausti” e di doni, per seppellire la voce di Dio  -  ma capita troppo spesso anche nei confronti dell’altro, lo sappiamo bene. Se il privarsi di quello che si ha per darlo gratuitamente in dono al Signore o all’altro è il primo passo del “sacrificio”, qui accade il contrario: ci si priva di ciò che, già da sempre, appartiene al Signore  - ce lo ricorda molto bene, ad esempio, il Salmo 49 -  e solo in funzione della nostra difesa, della nostra protezione, perché non vogliamo essere disturbati dall’alterità. Ci si priva di qualcosa, nel rito, per distruggere ogni rappresentazione e ogni sicurezza, per fare spazio in noi all’irruzione di altro e per accoglierla. È questo il cercare “il bene e non il male” che il Signore, per la bocca di Amos, chiede e suggerisce al suo popolo: l’ospitalità, anche violenta nei nostri confronti, perché ci priva della terra sicura che abbiamo sotto ai piedi. Il massimo del rispetto esteriore per l’Alleanza, il continuare a rappresentarcela davanti in pompa magna, può coincidere con il suo oblio per eccesso di esposizione, non lasciando nemmeno un seggio vuoto per Dio.

Ma il popolo fatica ad ascoltare veramente tutto questo, non riesce o non vuole accorgersi dell’irruzione della grazia e della salvezza. Tanto che, nel vangelo di Matteo che oggi ci viene proposto  - quello della guarigione dei due indemoniati in terra pagana -  sono proprio i demoni a rendersi pienamente conto di ciò che sta accadendo, dell’inizio del Regno e della regalità di Dio: sono loro che ascoltano veramente, violentemente, l’evento che accade: “Che vuoi da noi, Figlio di Dio?”. È paradossale: loro ascoltano, la gente no! Gli indemoniati vengono guariti, ma la popolazione fugge, forse perché non può sopportare la perdita dei loro possessi, di quei “porci” che, entrata in loro la “legione” demoniaca, vengono “persi”  -  tutta la mandria, infatti, “si precipitò giù dalla rupe nel mare e morirono nelle acque”. Anche loro non sanno fare il vuoto, nemmeno davanti alla grazia che avviene gratuitamente in mezzo a loro. Un evento come questo, che rende presente la salvezza, letteralmente non trova spazio: “Tutta la città allora uscì incontro a Gesù: quando lo videro, lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio”. 

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