LECTIO Letture: Gc 1, 1-11; Mc 8, 11-13
Il vangelo di Marco, da una parte, mostra in primo piano una sorta di insofferenza di Gesù nei confronti di quelli che chiedono un segno “tangibile” e inequivocabile; mentre nella lettera di Giacomo sembra risuonare quasi un monito contro l’atteggiamento “insofferente” e un richiamo alla pazienza. Non è possibile che questo sia rivolto a Gesù: quindi dobbiamo penetrare più in profondità, e cercare di moltiplicare i punti di vista nella lettura. Certo, sarebbe tutto risolto dicendo che l’insofferenza appartiene a chi chiede i “segni”; ma Giacomo ci insegna anche a “chiedere” quello che ci manca per una fede vera. D’altro canto, sappiamo bene che in Marco il Signore è sempre “in fuga”, mai fermo. Ma, pur essendo questa lettura certamente centrata, non mi accontenta del tutto: allora anch’io mi trovo a “domandare”, a “chiedere” con insistenza qualcosa di più, forse privo di quella “pazienza” richiamata nella prima lettura. Non è sempre un male: è la forma della domanda, quello che sta dietro, il nodo essenziale su cui sento di dovermi interrogare. Perché chiedo? Forse anch’io non so accogliere le “prove” e ringraziare per il loro silenzio, per la nudità senza risposta che spoglia la mia persona - non riesco a ricavarne “pazienza”, quella pazienza che non è rassegnazione ma estrema apertura. Ma è anche una pazienza del saper vedere: Cristo è insofferente, mi pare, perché la gente che chiede un “segno” non sa vedere davvero - il segno, infatti, è lì davanti a loro, nella loro concreta esistenza di tutti i giorni - forse proprio nel “non fare miracoli”, nel mostrare ciò che è, poiché sappiamo bene che anche le guarigioni e gli altri miracoli sono da leggersi in una prospettiva escatologica e di annuncio, e non certo come slogan pubblicistici in vista del proselitismo (se penso a quanti santi la chiesa degli ultimi anni ha consacrato, mi scorre un brivido lungo la schiena); ma è un segno vivente, non un significato - piuttosto un significante sensibile e non riducibile, aperto, come tutta la nostra vita. Chi vorrà ridurlo a un significato lo chiuderà in un sepolcro, con tanto di etichetta classificatoria, cosa che puntualmente accade a Cristo stesso - e non è privo di importanza, mi pare, ricordare che l’etimologia di “segno” parte proprio dal cumulo funerario, ed è ciò che sta al posto di qualcosa che è sotto di lui. Cristo distruggerà tale cumulo di significati, li distrugge ogni giorno anche nella nostra vita, se sappiamo vederlo e sentirlo - e la vita stessa, nella sua irriducibilità, non smette di farlo, se non ci richiudiamo preventivamente nella sicurezza marmorea della nostra tomba personale.