Letture: 2Tm 2, 8-15; Mc 12, 28b-34.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

Paolo, nella prima lettura di oggi, si mostra come uno che soffre portando “le catene come un malfattore”, a motivo della parola che annuncia  -  “ma la parola di Dio non è incatenata”. Prima contraddizione e prima rottura di una logica solo discorsiva e razionale che veramente poco ha a che fare con il Logos: le sue, infatti, sono “catene” di relazione, d’amore. Se rimaniamo all’interno della logica dell’io, volendo a tutti i costi far tornare il frutto delle azioni e delle opere al suo centro chiuso, sicuramente rimarremo “in catene”, legati e sequestrati dai nostri stessi movimenti, perfino dalle “buone azioni”. Ma, secondo Paolo, non siamo più noi che viviamo, ma Cristo in noi: una liberazione che non è rinuncia alla responsabilità, ma ridimensionamento della volontà personale, breccia aperta nella comunicazione con lo Spirito che, già da sempre, vive e si muove in noi con una tenacia che si tratta solo di scoprire e riconoscere. L’unica “schiavitù” è una schiavitù d’amore, alla quale, potremmo dire, Dio stesso è ontologicamente “obbligato” per la conformazione della sua vita trinitaria  -  ma che noi rimaniamo liberi di non riconoscere e di rifiutare; infatti, “se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”: sintesi vertiginosa e com-movente.

La pagina del vangelo di Marco sembra ribadire tutto questo nel riassunto del “primo comandamento”, il più importante, che Gesù spiega ad uno degli scribi, categoria non certo ben vista nel corso del vangelo. Il primo comandamento è quell’ “Ascolta, Israele” che il popolo ebraico mette a fondamento di ogni giorno della vita: un atteggiamento di attenzione profonda, una disponibilità quasi materna dell’orecchio che si fa grembo di una nuova nascita, continua  -  che libera altra vita, portandola “alla luce”. Poi, amare “l’Unico”, ma con tutta l’umanità, “cuore”, “intelligenza” e “forza”: con tutto ciò che l’ascolto libera da noi stessi per riportarci a noi. Il fondamento di tutto questo è sicuramente l’amore per il prossimo: e torniamo a quel decentramento verso l’altro che, se ci pensiamo bene, è lo stesso che permette l’ascolto  -  ascolto sempre di un altro/Altro, disponibilità a rinunciare all’essere crocifissi a noi stessi, senza possibilità di uscita. Davvero, come lo scriba, non siamo “lontani dal Regno”  -  un Regno e una regalità che è l’immagine e la pratica del non-potere inteso in senso volontaristico ed egoistico, anche politico. Un regno che, tuttavia, “ci fa violenza” e ci rende “schiavi”, ma solo se siamo disposti all’ascolto, perché l’alterità non può mai essere pacifica e difensiva: essa è sempre, se acconsentiamo, una invasione che sconvolge, lacera, ci deruba nel nostro centro difensivo. Nascere a se stessi implica un dare vita che sembra una morte, una perdita del controllo ma, “perdendo il controllo” e il potere, acconsentendo a questa perdita, si vive e si genera: sembra la lotta che la biologia ritrova nei primi giorni di vita all’interno del grembo materno, in cui il sistema difensivo immunitario cerca di espellere il corpo estraneo  -  la vita stessa, per conservare la vita. ma, come è tipico della dinamica trinitaria, di solito vince il rischio e una nuova libertà è liberata, a costo dello stesso sistema di conservazione omeostatica dell’organismo.

In questo episodio lo scriba mostra di saper mettere da parte o, meglio, di poter attraversare tutta la sua conoscenza (che spesso diventa appunto una sorta di sistema immunitario e, soprattutto, auto-immunitario come nelle patologie auto-immuni) per capovolgerla verso l’inizio, l’origine libera e liberante di ogni percorso  -  per farne esperienza al di là di ogni esteriorità. Per questo, “il primo dei comandamenti” “vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”: non perché essi non abbiano importanza, ma perché sono fondati nella pratica dell’ascolto dell’alterità e della relazione con l’altro/Altro. Il racconto si conclude con parole che potrebbero sembrare di paura e reticenza allarmata: “E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo”; ma io vi percepisco anche un senso di pace e di rinnovata responsabilità personale. Finiscono le dispute, alle quali Gesù, con grande potenza partecipa sempre senza parteciparvi, senza cioè cadere nella rete di quella che oggi potremmo chiamare, come ha fatto qualcuno, in un senso negativo, “società del commento”, un procastinare la pratica su se stessi indefinitamente: tutto è consegnato a noi, dono grande, per poter essere vissuto.

 

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