LECTIO Letture: 2Re 25, 1-12; Mt 8, 1-4.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

Dopo il discorso della montagna, il Gesù di Matteo scende dal monte e incontra la gente con il suo stesso corpo, ponendo attenzione estrema al corpo della folla che, proprio per questo, si singolarizza e viene “toccata”. Dopo ogni rivelazione o illuminazione, in tutte le tradizioni troviamo la “discesa dal monte”. È una prima kenosi, indistinguibile dalla relazionalità, e non fine a se stessa. Il Verbo diventa carne e incontra la carne, vale a dire la parte più vulnerabile dell’uomo  -  forse l’unica porta, la sola breccia non troppo difesa dallo “spirito”, attraverso cui la grazia può agire. Già tutto il discorso fatto dal Figlio, soprattutto le beatitudini, erano e sono al presente: indicano prima di tutto l’accettazione amorosa e difficile del nostro essere nudo, del semplice esistere come beatitudine e grazia  -  è questo il passo fondamentale della liberazione. Ora, con la discesa dal monte, quello stesso presente si fa sentire come guarigione, ed è estremamente significativo che il primo miracolo sia rivolto ad un lebbroso: siamo all’estremizzazione positiva del relazionale; Gesù tocca il lebbroso, infrangendo per eccesso, per pienezza le leggi di purità. Tramite la relazione, quel toccare che lascia libero  - simile al noli me tangere nei giorni del Risorto -  il Figlio stesso si contagia e propaga come una malattia la sua grazia al lebbroso. Potremmo vedere, già da questo primo miracolo, il contagio con il peccato e la morte che avverrà nel sepolcro in vista della vita.

Ma c’è un altro contagio, che Gesù si premura di scongiurare, raccomandando al lebbroso guarito di non propagarlo: “Guardati bene dal dirlo a qualcuno: va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro”. In questo modo, il Figlio si inserisce nella grazia del Padre e dei patriarchi di Gerusalemme, non si lascia imprigionare dall’identificazione e fa in modo che non si propaghi come una lebbra la spettacolarizzazione del miracolo stesso. Carmelo Bene, in un suo folgorante racconto della vita del santo di Copertino, fa dire al suo superiore: “E’ inutile. Questa gente vuole le opere. Dello spirito non sa che farsene”. La forza della grazia non può manifestarsi se non a partire dall’accettazione della propria debolezza e finitezza, e dal deporre ogni volontà e diritto arrogante: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi”. Giuseppe da Copertino volava perché “aveva le piaghe e non riusciva a camminare” ci dice Carmelo Bene. Come dalla distruzione della città assediata della prima lettura, dall’abbattimento di quelle mura che continuavano a “difendersi” dal contagio della distruzione (spesso indistinguibile dalla grazia), potranno rinascere e dare frutto la terra e le vigne: infatti, “Il capo delle guardie lasciò parte dei poveri della terra come vignaioli e come agricoltori”. 

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