LECTIO Letture: Am 7, 10-17; Mt 9, 1-8.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

Essere profeti non è mai un privilegio. Anzi, spesso significa essere letteralmente strappati via dalla propria vita, dalle proprie sicurezze, anche dalla stessa visione che abbiamo di Dio  -  e, soprattutto, dalla visione che di Dio e della salvezza hanno gli altri uomini. Viene infatti posto un rifiuto al profeta Amos, come a molti altri: “Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno”. Si può quindi “profetare” “in casa propria”, al sicuro, guadagnandosi il proprio “pane” senza creare troppi sconvolgimenti; ma Amos è chiamato a rinunciare al suo “pane” e a tutto il resto. Egli non è nemmeno sostenuto da una genealogia e da una tradizione profetica alle spalle: “Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomoro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge”. Il profeta, strumento della forza della parola del Signore, è un essere debole, cavo, disponibile a scapito della sua stessa vita; indifeso come l’ultimo degli uomini  -  anche per questo è capace di vicinanza con i diseredati, gli ultimi. Ma rimane comunque libero, può sempre rinunciare al suo mandato, può davvero tornare nella sua terra, a mangiare il suo pane e a “profetare” al sicuro. Ma così non avviene: Amos continua nella sua opera; ha la capacità di vedere nel profondo la situazione negativa che gli sta intorno e mostrarne pericolosamente i frutti futuri agli uomini: “Tua moglie diventerà una prostituta nella città, i tuoi figli e le tue figlie cadranno di spada, la tua terra sarà divisa con la corda in più proprietà; tu morirai in terra impura e Israele sarà deportato in esilio lontano dalla sua terra”  -  ma non si tratta di una maledizione! Amos pronuncia queste parole perché libero da ogni accecamento difensivo, mostrando che la situazione che anche lui sta vivendo in gran parte, quella di esilio e di rifiuto, è la stessa del popolo a cui sta parlando: c’è quindi una segreta sintonia, una com-passione in queste parole, non certo violenza o vendetta.

Nella pagina di Matteo, invece, siamo di fronte ad un rifiuto apparentemente diverso da parte degli scribi. A Gesù viene portato un paralitico, disteso nel suo letto: non c’è nessuna richiesta, nessuna parola da parte di chi lo accompagna, né tantomeno da parte del malato  -  un silenzio pieno di fede, che Gesù ascolta come un accordo in minore. È il Cristo che per primo parla, l’iniziativa di grazia parte da lui  - come sempre, anche se non ce ne rendiamo conto -  ma le sue parole sconvolgono gli scribi: “Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati”. Perdonare i peccati è prerogativa che spetta solo a Dio, per questo gli scribi si scandalizzano: “Costui bestemmia”. E sono pronti, pur di non cedere di un passo alle loro sicurezze, al loro impianto conoscitivo e di vita, a rinunciare alla salvezza e alla gioia. Fino a quando uno “guarisce”, tutto va bene, anche i “miracoli” sono i benvenuti  -  ma quando l’irruzione della grazia sconvolge i modi consueti di pensare e di organizzare la propria vita, quando la salute che viene presuppone la demolizione della nostra rappresentazione, allora i “cuori” si “induriscono”, cioè si difendono, alzano bastioni e mura impenetrabili. Il paralitico si alza e torna a casa sua trascinandosi dietro la sua lettiga; gli scribi, invece, rimangono “paralitici”, non si alzano dal loro comodo letto di conoscenza e di sicurezze. Potevano anche loro abbandonare la propria “terra” e il proprio “pane”, come aveva fatto Amos  -  rimangono invece “paralizzati” nelle loro sicurezze, senza farsi scalfire dallo scalpello acuminato della grazia. Incapaci di udire la musica silenziosa e dirompente della grazia  -  perché riconoscere l’autorità del Figlio, e quindi di Dio stesso, comporta una distruzione senza precedenti, una invasione che rompe ogni legno inchiodato, che strappa via i chiodi dell’io e apre ad un “esilio” senza riparo, senza potere -  da soli si precludono ogni possibilità. Il miracolo vero, in fondo, è questo, ed è sempre rivolto oltre se stesso, al di là delle sue immediate conseguenze: è un “segno” da seguire, come dice Giovanni, mai un tesoro da gestire e su cui costruire. Dovremmo davvero ripensare ai tanti fenomeni del genere che accadono e di cui sentiamo parlare, anche con grande trasporto: se su di essi non si può costruire nulla che non sia una violenta spoliazione in vista di una disponibilità senza precedenti, allora non sono miracoli  -  o sono miracoli andati perduti, anche se hanno ridato la salute al corpo. 

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