LECTIO Letture: 1Re 21, 17-29; Mt 5, 43-48.
“Amate i vostri nemici”, per essere “perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” ci dice Gesù nella pagina di Matteo. Siamo all’interno della discussione sulla Legge e questo particolare suggerimento ne è sicuramente il centro, ciò che racchiude in sé tutto, come sappiamo, senza cancellare la Legge ma dandole compimento.
Amare il nemico significa prima di tutto rispettare la singolare alterità dell’altro, ex-porsi allo spigolo, spesso duro, di ciò che non è assimilabile, riducibile alle proprie aspirazioni, idee, modi di vita e di pensiero, anche di pratiche religiose, certamente. Non rimanere chiusi nella cerchia delle proprie “amicizie”, delle proprie confortevoli somiglianze; non fare in modo di “farsi amico” l’altro riportandolo ai nostri metri di misura, alla nostra “bontà”, ai nostri terreni già dissodati e ordinati; non rubare la “vigna” di Nabot, protagonista della prima lettura di oggi, per farne nostro possesso personale. Si tratta quindi di un movimento di decentramento dell’io, di disponibilità a lasciarsi toccare, ferire e invadere misericordiosamente (nelle viscere, etimologicamente) non solo dall’altro a noi esterno, ma anche dall’alterità che ci abita. Ed è una violenza, sempre, una devastazione (in ebraico, la radice di devastazione ha però anche il senso di doglia, relativa al parto, al fare spazio, nel nostro sistema immunitario, a nuova vita).
Da questo punto di vista, potremmo dire quindi di essere “meno forti”, e sicuramente “meno perfetti” - se restiamo “amici” delle categorie a noi consuete di una “perfezione” come immunizzazione, distanza, difesa. Ecco che allora quella “perfezione” del Padre a cui siamo chiamati è ben diversa da come la possiamo a prima vista immaginare: niente di agonisticamente volontaristico, nessuna partita doppia legalistica delle “buone azioni” o dell’osservanza rigorosa - che, del resto, la Legge non salva da sola perché le sue opere sarebbero centrate sull’uomo e sulla sua presuntuosa potenza - quanto piuttosto lasciare emergere in noi quello spazio di debolezza e di disponibilità, di fragilità e finitezza che, solo, può aprirci all’accon-sentire all’altro. La “perfezione” del Padre è questa - e proprio per questo, per noi è anche la più grande alterità; ma un’alterità che ci abita, che ci sta al fianco: distante e vicina ai suoi figli come al Figlio nel momento del grido nudo sulla croce, con le parole del Salmo 22: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. È in questo “abbandono” che Cristo si compie, e con lui la Legge e i Profeti, e anche noi.
Del resto, nella prima lettura, che prosegue il racconto della vigna di Nabot,sul re Acab che ha usurpato la vigna e ucciso il suo proprietario, si abbatte l’ira del Signore in maniera davvero violenta: “Nel luogo ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue” dice Elia, riportando le parole del Signore. La risposta del re è molto significativa per noi, in questo contesto. Egli, infatti, risponde ad Elia: “Mi hai dunque trovato, o mio nemico?”, riconoscendo in quel “nemico” l’alterità del Signore e, questa volta, rispettandola. Questo riconoscimento è fondamentale: è il rispetto dell’alterità di Dio che gli viene incontro come violenza e distruzione, abbattendo gli “idoli” che lo stesso re aveva “seguito”, come ci dice la Scrittura. Tutto questo apre una falla di vita nel sistema di cecità idolatrica di Acab - e il “re” si fa deserto, si straccia le vesti, digiuna e cammina a testa bassa: in poche parole, egli fa spazio in sé, si prepara all’irruzione dell’altro in quanto tale, umiliandosi (cioè facendosi humus: disponibilità alla vita, non certo masochistica autopunizione). E da qui, da questo spazio che si è aperto, il Signore mostra un’alterità ancora più grande e inaspettata: “Poiché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita”. Lo stesso Signore, potremmo dire, è capace di “uscire” dalla propria “amicizia”, dalla propria onnipotenza, dalla rappresentazione della sua immagine e dallo stesso profilo segnato dal suo parlare, cancellando le sue stesse parole divine, che sono Legge - per compierle in sovrabbondanza di misericordia.