Letture: At 2, 1-11; Gal 5, 16-25; Gv 15, 26-27; 16, 12-15.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

La festa della Pentecoste, che oggi viene celebrata, proprio per l’effusione dello Spirito, per il dono che in tal modo ci viene elargito, è davvero sovrabbondante anche in rapporto ai possibili significati che da essa scaturiscono; mi limiterò a segnare alcuni punti, senza la pretesa di saturarne l’eccesso  -  vero segno, questo del “di più” e dell’inaspettato, che mi pare giusto ricevere rispettandolo e praticandolo fino in fondo.

Naturalmente, il primo richiamo è sicuramente in Atti: quel dono delle lingue che è direttamente in continuità con l’episodio del primo Testamento relativo alla torre di Babele; potremmo addirittura dire che la Scrittura mostra fino in fondo, tramite la Pentecoste, il significato profondo di quella “dispersione” avvenuta ai piedi di quella torre totalitaria che, tuttavia, mostrava bene desideri e aspirazioni umane in se stesse buone e anche necessarie, come il bisogno di una relazione orizzontale con gli altri uomini, tramite l’edificazione di un codice comunicativo comune; e l’altra spinta ad una maggiore vicinanza con la divinità. Potremmo dire che sono sintomi rivelatori di bisogni che non vanno “puniti” ma, casomai, direzionati diversamente se, come nella teologia ebraica, il peccato altro non è che un “sbagliare la mira” e non un male ontologicamente inamovibile, che farebbe costitutivamente parte dell’uomo in quanto creatura.

Le celebrazioni ebraiche di questo stesso periodo ricordano il dono della Torah sul Sinai e leggono, tra gli altri, il rotolo di Rut: sono indicazioni fondamentali anche per i cristiani. Il “fragore” che proviene dal monte santo, e attraverso il quale si stabilisce il rapporto di ascolto e di Alleanza con il popolo ebraico, ricorda da vicino quel “vento impetuoso” che si scatena al momento della discesa dello Spirito nei discepoli, chiusi nel cenacolo e ancora terrorizzati dagli eventi: è quel fragore e quel vento che invitano all’apertura di una nuova nascita, che infrange i muri difensivi e che, nell’episodio del dono delle tavole della Torah, è forse direttamente collegato con il gesto dell’infrangerle. Difatti, Paolo, nella lettura di oggi, ci dice, perfettamente in accordo con la profondità del progetto ebraico: “Se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge”; non si tratta di una svalutazione della Legge, ma piuttosto di un ridimensionamento della pretesa dell’uomo di potersi giustificare mediante la sola Legge, dimenticando che la stessa Legge è un dono di grazia che Dio per primo ci concede e che, al fondo di tale dono, riposa come suo fondamento non tanto il legalismo e la volontà di farsi salvi da soli, quanto piuttosto la relazione d’Alleanza che, essa sola, pone le radici della salvezza; e mi pare che in questo non ci sia contraddizione alcuna tra il pensiero ebraico e quello cristiano.

Il “vento impetuoso” già richiamato all’inizio, ci riporta ad una positiva distruzione di ogni incrostazione immobilizzante, di ogni costruzione fatta con mattoni “costruiti da mani d’uomo” solamente, come avvenne per la torre di Babele  -  forse il primo progetto totalitario della storia, fatto di “troppa volontà”, questo è il suo principale errore, e il dimenticare che invece è Dio stesso che si china amorevolmente verso l’uomo e la sua storia, per cercarlo e proporgli, in tutta libertà, la relazione di Alleanza e di amore. Le lingue di fuoco che scendono su ogni singola persona, distruggono alla radice questo progetto totalitario  - infatti, ognuno continua a parlare la sua lingua, vale a dire che non è costretto a rinunciare alla sua incancellabile e libera singolarità inassimilabile, ma tutti si comprendono. È un evento già realizzato: a noi la fatica di farlo crescere accettandolo fino in fondo  -  ed è il lavoro di tutta una vita, quello della relazione con l’alterità, che è l’altro uomo, ma parimenti il mondo intero, in tutta “il bollore di prepotenze” che è la sua realtà vivente e in continuo movimento.

La vicenda di Rut, a ben vedere, ci mostra proprio la possibilità realizzata di una tale accoglienza dell’estraneo: la protagonista del racconto, pur essendo straniera e pur potendo abdicare legalmente ai suoi doveri di sposa rimasta senza marito, decide di rimanere “altra” all’interno di un popolo che non era il suo  -  è un dono che viene sempre dall’altro, anche in questo caso: è Rut stessa, la straniera, la non assimilabile e libera da ogni “legge” e guidata solo dall’amore a donarsi; ed è un tesoro di cui non possiamo disporre, che travalica il legalismo, ma che siamo liberamente chiamati a far fruttare fino in fondo. Del resto, ce lo dice anche Matteo, inserendola nella genealogia davidica di Cristo! La verità che in questi episodi si apre davanti alle nostre vite è quindi una libertà non esclusiva ma inclusiva, in movimento, per molti aspetti lontana dall’idea che se ne fa la tradizione greca. Quando avremo la forza di non assolutizzare il logos secondo le prospettive elleniche, per altro molto semplificate, identificandolo con il “razionale” solamente, ci accorgeremo che esso prima di tutto significa relazione rispettosa fino alla fine delle singolarità chiamate al suo abbraccio, e che la stessa Trinità non è altro che questa dinamica che continuamente esce fuori da sé, non tiene tutto per sé, ma è amore come capacità di lasciar essere l’altro in quanto altro, in una “comprensione” che è soprattutto, in senso alto e profondo e non certo facile e mielosamente attaccaticcio, com-passione.

 

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