Letture: 1Pt 1, 3-9; Mc 10, 17-27.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

Un “tale” corre incontro a Gesù, gli si getta in ginocchio davanti e chiede con grande ardore cosa deve fare per meritare la vita eterna: è un atteggiamento quasi sconcertante, forte, forse troppo forte. La domanda precisa di questo devoto senza nome è importante in ogni sua parola: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Potremmo dire che la risposta di Gesù è un’inesorabile decostruzione di queste parole che, in se stesse, sinceramente racchiudono una vita. Infatti, Gesù esordisce dicendo: “Perché mi chiami buono?”  -  ed è il primo movimento di una spoliazione di questo devoto che, verremo a scoprire, “possedeva infatti molti beni”: il Maestro entra “come un ladro” nella vita e nelle parole che ne danno sincera testimonianza, sradicando il giudizio, anche quello positivo di “bontà” a lui rivolto, perché “solo Dio è buono”. È un primo alleggerimento, una prima violenta demolizione: una breccia aperta perché possa entrarvi la grazia.

Il secondo colpo assestato riguarda i “comandamenti”, che il “tale” riconosce di avere osservato fin dalla giovinezza: Gesù alza la posta rispondendo “Una sola cosa ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”. Credo che non si tratti solo dei beni materiali, anche se questi hanno una loro grande importanza per il loro peso, per il loro ancoraggio all’immobilità di chi si crede, almeno fino a un certo punto, “giusto”  -  esso riguarda anche il peso della positività di quell’aggettivo rivolto al Maestro “buono”, e la stessa bontà del seguire i precetti. Tutto serve, certo, ma occorre il distacco, il fare vuoto: per questo le nuove parole di Gesù sono ancora una volta di “distruzione”; tutta la vita del “giusto”, tutta la devozione e l’amore, sembrano non bastare ancora, e Gesù apre brecce e chiede di non soffermarsi a rimettere insieme le rovine.

Sta evidentemente distruggendo con strumenti nuziali: lo capiamo in quella splendida e semplicissima sospensione, vero punto nevralgico del racconto, in cui tutto pare fermarsi nella nudità di quelle parole senza trama, senza temporalità narrativa: “Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò”.

Della domanda iniziale rimane ancora in piedi qualcosa, quella richiesta di “eredità” della vita eterna: anche questa, in qualche modo, viene demolita perché in fondo, se vista da una prospettiva di scambio economico, altro non è che intralcio alla grazia: non si “fa” per “ereditare” ma per amore, quello stesso amore che immobilizza in una infinita dolcezza lo sguardo del Maestro su chi lo sta interrogando; quel “va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri” riguarda anche questa pretesa di “eredità”, perché quel “tesoro in cielo” è un vuoto, una disponibilità ad una relazione diretta con Dio, non altro. È la stessa che viene ribadita nella prima lettura: essa è una “speranza viva per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede in vista della salvezza”: ciò che “non si corrompe, non si macchia e non marcisce” è appunto la relazione e la conoscenza di Dio e del Figlio, è il vuoto disponibile che la lascia essere senza intralci di “beni”, di “bontà” e di “eredità”. Per questo è così difficile “entrare nel regno dei cieli”: i “cieli” sono il vuoto disponibile e capiente, sappiamo bene che sono solo una metafora della sede divina  -  essa, infatti, in tutta la tradizione biblica, è “in cammino” a fianco del suo popolo, oppure è nel Santo dei Santi, luogo della vuoto per eccellenza, e quindi del sacro o, meglio, del Santo, come sarà il sepolcro vuoto e la presenza dello Spirito.

Nella pagina di Marco ci troviamo infatti davanti allo sconcerto e alla tristezza umanissime del giovane che “se ne andò rattristato”  - potremmo anche dire, forse, kenoticamente svuotato, forse non del tutto perso alla grazia, anzi: immerso nel suo primo stadio, chi lo può sapere? -  e dei discepoli: “Chi può essere salvato?”. La risposta finale di Gesù a questo buio, a questa inquietudine e tristezza non è di tipo miracolistico, non si tratta di una magia o di una predestinazione. Con le parole “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio” egli, in perfetta coerenza con tutto quello che ha detto in precedenza, ricorda che il centro della grazia e il primo passo è in Dio e viene da Dio, ed è uno svuotamento certo doloroso, ma in funzione di un ascolto, di una disponibilità a ricevere quel dono che già ci abita, a renderlo attivo sgomberando ogni ostacolo, fosse pure quello delle virtù e della legge, che vanno infatti praticate solo a partire da questa libertà del ricevere la grazia, mediante l’abitare quel vuoto senza gli appigli che ci costruiamo con i meriti, fossero pure i più alti e buoni. Se lo spirito agisce in noi in questo modo, se lo lasciamo essere mediante il “non agire”, ogni azione scaturirà da questo per poi staccarsi da noi, senza appesantirci, senza chiudere le brecce aperte dalla grazia; e saranno pura grazia che va’, viene e segue.

 

 

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