Letture: At 17, 15-22-18, 1; Gv 16, 12-15.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

Secondo il Gesù di Giovanni, un evangelista che, come sappiamo, è il più teologicamente profondo in quanto a speculazione, ci sono ancora “molte cose” che i discepoli devono apprendere, perché non sono ancora “capaci di portarne il peso”. Tale funzione di pienezza, sarà compiuta dallo Spirito: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.

Si profilano, in queste parole, molteplici conseguenze, non ultima, mi pare, una idea particolare della “verità”  -  che si potrebbe dire dinamica e relazionale, propriamente trinitaria. Ancora una volta, c’è un richiamo forte e spiazzante alla “pienezza”: sembra che non possa nascere che da un vuoto, da un ritiro della presenza della verità incarnata del Figlio; i discepoli non sono ancora “capaci”, vale a dire che non sono ancora abbastanza capienti, non hanno ancora fatto quel vuoto in loro per lasciare spazio alla verità. Il Figlio si sottrarrà per aprire ulteriormente questa ferita che diventa così solco seminato: si ritira dal pericolo di diventare idolo, di essere ipostatizzato e monumentalizzato dopo la morte e soprattutto dopo la sua gloria  -  affinché venga lo Spirito. Dunque, vuoto vivificante/vivificato contro falsa pienezza; dinamismo dello Spirito contro immobilità del ricordo e della stessa devozione, della stessa fede. Questa nuova situazione apre (al)la verità, che prima camminava viva nell’uomo Gesù Cristo, ad una rete relazionale senza precedenti, mostrando nella sua pienezza proprio quella dinamica trinitaria che da sempre opera nella sua immanenza e che ora si dispone anche al suo esterno, nel mondo: lo Spirito, infatti, glorificherà il Figlio e darà ai discepoli tutto quello che è del Figlio; ma tutto quello che è del Figlio viene dal Padre, così lo Spirito riunisce e rende viva all’esterno la relazione d’amore e di dono reciproco tra Padre e Figlio, a sua volta rivolta al mondo fin dall’inizio nella stessa creazione.

 Se le cose stanno così, forse quel “mio” che Gesù ripete ai discepoli nella frase che abbiamo citato, rischia positivamente di essere in qualche modo ironico: non c’è possesso nel senso corrente del termine, ma solo singolarità che comunicano incessantemente l’una all’altra quello che sono,  che donano reciprocamente quello che “possiedono” tramite lo stesso Spirito, una “partizione delle voci” simile a quella richiamata da Jean-Luc Nancy, ad esempio  -  per questo il dono dello Spirito è il dono della verità nella sua pienezza. La stessa cristologia, a questa altezza (ma anche prima, in tutto il percorso terreno del Figlio) risulta non essere mai centrata cristologicamente, ma sempre rivolta al Padre per mezzo dello Spirito. Se, come ci dice Paolo nella lettura degli Atti di oggi, “in lui […] viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”, ecco la modalità per la quale abbiamo bisogno di fare il vuoto, di muoverci verso quella pienezza della relazione che rende impossibile ogni accumulo personale (forse il vero “peso” dal quale dobbiamo essere dispensati). Solo in questo modo il Cristo vivente può di nuovo incarnarsi nella concretezza dei gesti della vita al presente, solo tramite noi. In questo senso, la resurrezione è sicuramente un atto di gloria, ma mai schiacciante: è una gloria che, ancora una volta, chiede umilmente  - paradosso dei paradossi, umiltà della gloria -  la nostra collaborazione/relazione per risorgere in ogni tempo. In fondo, nella sua radicalità, lo stesso depositum fidei non dovrebbe essere altro che questo.

 

 

 

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