LECTIO Letture: At 16, 1-10; Gv 15, 18-21.
Il vangelo di Giovanni di oggi riporta le seguenti parole di Gesù: “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia”. Parole apparentemente semplici, ma in realtà vertiginose. Potremmo dire che la grazia, quell’essere scelti, è solo un primo passo - anche se avere la forza e la predisposizione per riceverlo è già moltissimo; Gesù dice “vi ho scelti io”, ma questo non significa affatto che tutto è già sistemato: si tratta di diventare ciò che si è, potremmo dire; e il cammino di una tale accoglienza è difficile. Del resto, lo stesso Figlio è diventato, nella sua vita terrena, ciò che da sempre era - con umiltà e con una capacità di ascolto senza precedenti. È un passaggio difficile anche per altri motivi: infatti, non siamo chiamati “fuori” dal mondo, ma a non essere proprietà del mondo nel mondo stesso, come ben sappiamo. Inoltre, più in profondità, tale chiamata ci rivela un lato ancora più arduo: in fondo, non sarebbe così difficile sentirsi “estranei” al mondo; è una sensazione che tante, troppe volte proviamo, ma non si tratta di questo; risulta molto più faticoso non diventare noi stessi proprietari del mondo, burocrati del piccolo e del grande, ragionieri del quotidiano, sempre pronti a far quadrare i conti, i nostri conti, a giustificare ogni ammanco, ogni guadagno sempre a nostro favore. Il mondo diventa così un oggetto di fronte ad un soggetto che lo gestisce, un distacco difensivo che genera potenza nei confronti dell’alterità: è il peccato adamitico, se ci pensiamo bene - ed è anche la vera estraneità, l’opposto di quello che ci chiedono le parole del vangelo di oggi. Del resto, lo stesso “mondo” si muove all’interno di questa strategia di esclusione: se non siamo “di sua proprietà” e se il “mondo” non è da noi “posseduto”, allora, ci dice Gesù, “il mondo vi odia”.
Siamo forse chiamati, quindi, a quella che si potrebbe chiamare una positiva violazione del mondo: né proprietà, né proprietari; né accondiscendenza né rifiuto; né identificazione né esclusione. In questa dinamica, anche i segni “impazziscono”, nel senso che sfuggono ai tagli esclusivi del consueto modo di ragionare e si aprono ad una bellezza inclusiva proprio perché “non del mondo” (né nostra). Negli Atti di oggi, Paolo sceglie Timoteo, di padre greco (quindi non circonciso), per portarlo con lui e lo fa circoncidere “a motivo dei Giudei che si trovavano in quelle regioni”. Ed ecco il segno che “impazzisce”, che si apre al massimo diventando, da marchio di proprietà, luogo di condivisione e comprensione nei confronti dell’altro, “per non creare scandalo”: la circoncisione di Timoteo non lo esclude e non lo innalza da niente, è anzi un gesto di estrema sensibilità nei confronti degli altri - altro che estraneità al mondo! Questo gesto ebraico, riacquista qui il suo significato più profondo: è un “meno”, un pezzo di carne tolto, che apre ad un di più, che lascia intoccata la nostra mancanza, il nostro desiderio, che accende di vita la nostra debolezza esponendola come relazionalità e alleanza. Anche per chi è portato a ragionare tramite segni che richiudono, codici che isolano e innalzano, questo gesto di Paolo diventa “positiva violazione” priva di violenza, incapace di scandalo e di distanza, favorendo liberazione piuttosto che proprietà. I segni del mondo si aprono, perché non sono più strumenti “in mani d’uomo” solamente: trasformare le armi della potenza in pratiche della vera misericordia, del sentire con le viscere l’aperto, senza scansare nemmeno di un centimetro tutto il peso e la bellezza tragica e convulsa del mondo; salire sul monte per poi discendere; fare sparire dalla mente il segno del bue sul quale siamo posti per poi tornare a cavalcarlo con occhi diversi, come nella tradizione orientale dell’illuminazione.