Letture: 1Pt 1, 10-16; Mc 10, 28-31.
Nel vangelo di oggi, Pietro segna con le sue parole uno spazio, la topologia ancora incerta e spaesata nella quale egli si cerca come discepolo - e non tanto il luogo in cui si trova: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Non è una domanda, quella di Pietro, anche se implicitamente e umanamente vorrebbe esserlo; forse ci troviamo qui al rovesciamento di quell’altra “domanda” che Dio rivolge ad Adamo in Genesi: “Adamo, dove sei?” e, in fondo, è Cristo stesso che, mediante i suoi gesti e le sue parole, spinge il discepolo verso quella stessa presa di coscienza alla quale il Creatore invitava Adamo. Consapevolezza è anche fermarsi e cercare di essere presenti al proprio spaesamento, vedere con chiarezza la stessa impotenza, la medesima mancanza di risposte. Ma, in questo caso, Gesù una risposta la fornisce - anche se, come vedremo, non è la risposta risolutrice, nel senso che non cancella le difficoltà e le incertezze: essa è piuttosto una via ulteriore, una pratica da seguire - come a dire che la “risposta” è incarnata nella sequela, nella pratica in atto piuttosto che in un mentalismo immobilizzante. Gesù infatti risponde: “In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi”. Con queste parole, il cui punto focale, mi pare, si trova in quel “già ora, in questo tempo”, Cristo mostra una via ardua, perché non semplificata da quel meccanismo narrativo ed esistenziale che potremmo chiamare suspense o attesa di un risarcimento futuro alla fatica dell’indagare e del vivere la sequela: come in una indagine, siamo disposti a metterci sulle tracce della risoluzione finale, accettando la complessità e l’intreccio dei fatti, anche fra loro contraddittori, sperando in una risoluzione che ci calmi, che ci restituisca intero l’ordine del mondo a cui eravamo abituati. Ma le parole di questa risposta sembrano focalizzate su quel “già ora, in questo tempo”, pur non dimenticando “la vita eterna nel tempo che verrà”. L’abbandono e il distacco che ci viene richiesto è quindi segnato dal presente della grazia, nella sua “non graziosa” pratica: la libertà promessa già ora accade solo se sappiamo infrangere “casa”, “fratelli e sorelle”, “madre e padre”, “figli” e “campi” come luoghi del nostro rispecchiamento egoico, come misure dei nostri gesti, delle nostre devozioni e nevrosi, anche del nostro “amore” non disinteressato; quando tutto sarà in frantumi, quando il velo della nostra pochezza, che spesso chiamiamo “interiorità” o “sentimento” sarà strappato come quello del Tempio che divideva lo spazio del Santo dei Santi dal resto - solo allora riceveremo “cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi”: saremo cioè capaci di amore senza perché, in piena libertà e nudità, anche “insieme a persecuzioni”, nei confronti di tutti quelli che abbiamo “lasciato”; liberati anche dall’immagine di Dio: come se Dio non ci fosse per noi, per il nostro povero io che spesso lo cerca solo come conferma di se stesso. La prima lettera di Pietro ci dice oggi, con una immagine splendida, cosa fare: cingersi i fianchi della mente, restando sobri, ponendo tutta la speranza nella grazia.