LECTIO Letture: Os 6, 1-6; Lc 18, 9-14.
“Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà” dice il profeta Osea, nel celebre passo che si conclude con il versetto che “critica” sacrifici e olocausti: “poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti”. A noi, oggi, queste parole potrebbero sembrare, se non lontane, almeno equivoche - fonte di possibili fraintendimenti. Il primo potrebbe riguardare il senso della punizione, di un Dio che colpisce duro contro la disubbidienza, che “strazia” e “percuote”; il secondo potrebbe invece dare adito ad una esaltazione della preghiera e della conoscenza come le intendiamo oggi e una svalutazione della pratica, non solo liturgica. Niente di più lontano, credo, dalle intenzioni del profeta. Il primo verso citato prosegue dicendo che “dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare, e noi vivremo alla sua presenza”: credo che stia qui il punto fondamentale, vivere alla sua presenza, di fronte a Dio, “in faccia” al Signore. Il fatto è che Dio è sempre rivolto a noi, noi non sempre a lui; allora, se rileggiamo il primo versetto da questa prospettiva, quindi da una posizione di conversione verso la ricerca del suo volto, ri-volgendoci a lui, possiamo anche comprendere il senso delle parole successive di Osea, quando ci dice che il nostro amore “è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce” di fronte alla luce del suo volto. Tale metafora non mi pare solo una critica negativa: essa è anche la leggerezza di un amore certamente precario e in continua costruzione, ma anche un peso leggero, che non si carica dei fardelli esteriori se non come mediazioni necessarie all’immediatezza di una rivelazione sempre nuova, ogni mattino; mi pare un’immagine bellissima per dire la liturgia - uno spazio, un luogo e una serie di pratiche in cui ogni volta ci giochiamo tutto, ogni volta di nuovo siamo chiamati al rischio di perderci e di non avere risposta, e ogni volta la risposta è essa stessa per noi lieve come la rugiada e le nubi del mattino: su di lei niente si può costruire definitivamente, nessuna sicurezza può essere da noi gestita con potere, non ne possiamo mai “approfittare” come un deposito da sempre disponibile; anche per questo, con amore, Dio ci strazia e ci guarisce, ci percuote e ci fascia: vuole che vediamo il suo volto. L’errore che fa il fariseo nella pagina di Luca, infatti, è proprio questo: costruisce la sua sicurezza e il suo io, la sua presenza e non quella di Dio, “giustificandosi” da solo e non tramite la grazia di Dio, precludendosi così la possibilità della relazione libera con il Signore tramite una serie di atti, riti e ubbidienze che diventano come una cappa soffocante, un coperchio egoistico che chiude il cielo - mentre il pubblicano che si spoglia di tutte le vesti e gli orpelli per vedersi nudo e incerto davanti al Padre lascia faticosamente aperta la finestra al raggio di sole, alla mano che strazia e guarisce, che percuote e fascia. Amore e conoscenza sono quindi, nel testo di Osea, da leggersi come estrema disponibilità a conoscere i propri limiti, la propria finitezza di fronte all’inappropriabilità di Dio: è quella salutare finitezza della rivelazione che ci ricorda Pierangelo Sequeri - pietà che chi-ama pietà. Una pietà che è amore. Solo a partire da questo luogo instabile e sempre da rinnovare nella pratica si possono affrontare anche gli “olocausti” e i “sacrifici” dei nostri giorni … in pura “perdita”, senza guadagno preventivo, senza clausole “a interesse” - in una durissima e liberante gratuità.