LECTIO Letture: Os 14, 2-10; Mc 12, 28b-34.
“Ascolta, Israele”. Così inizia la preghiera fondamentale del popolo ebraico e nello stesso modo Gesù risponde a uno degli scribi nel vangelo di Marco, aggiungendo poi la regola d’oro sull’amore del prossimo. Sono cose che sicuramente lo scriba conosce bene, proprio in quanto scriba; perché allora Gesù le ripete con la sua voce? Se è il Verbo incarnato quello che parla, allora quella voce è anche una semina nella carne, come vedremo. Non è certo l’ascolto intellettuale solamente, cosa che certo non doveva mancare allo scriba, ma qualcosa di più profondo e completo: potremmo dire fatto di cuore, testa, corpo, reni, braccia - insomma, la totalità dell’uomo si raccoglie in unità grazie a questa capacità di mettersi in ascolto, in vista di un raccolto. Per questo si fa il vuoto, un vuoto che è essenzialmente possibilità di accoglienza, di capienza e non solo di capire. È anche una predisposizione e una trasformazione fisica, una postura che ci apre un percorso di svuotamento e la capacità/capienza di colui che può finalmente essere riempito, colmato in abbondanza e oltre dalla pienezza. Una ascesi, letteralmente: un esercizio, un lavorio continuo. Può sembrare strano che il cammino verso la ricostruzione della propria unità, del proprio essere Uno, monos/monaco, passi attraverso un processo di spoliazione e sia felicemente trafitto dall’ascolto dell’altro/Altro, da una relazionalità intensificata fino alla dimenticanza del sé; e che possa e debba contenere anche, e forse soprattutto, la disgregazione e la divisione di una “testimonianza” contro, di un chiamare a giudizio in cui Dio mostra il suo amore e che, proprio nell’accusa, nella contesa, ci libera dai pesi che abbiamo sulle spalle, dagli idoli fatti come opera delle nostre mani - come ci ricorda il profeta Osea nella prima lettura. Il movimento verso l’unificazione parte quasi sempre dallo “scandalo”, vale a dire dall’inciampo necessario che ci fa toccare la nostra finitezza e il nostro errare - dall’ascolto della nostra disgregazione in atto. Liberati dagli idoli, siamo davvero “orfani”, ma “in te l’orfano trova misericordia” ci dice il profeta - e possiamo quindi riscoprirci figli. Questa predisposizione alla spoliazione ci riporta alla terra, alla nostra condizione creaturale - non in alto, nei cieli, ma qui, in basso - di adam: terra e sangue attraversati dalla ruah di vita (terra, sangue e soffio abitano la parola “Adamo” in ebraico). Allora “ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, fioriranno come le vigne”, perché “il frutto è opera mia”: il non essere “padroni” delle nostre opere non è una attestazione di non responsabilità, poiché sappiamo bene che ogni dono chiede proprio la responsabilità e la reciprocità gratuita dell’essere-con. Ma pare che prima, “in principio”, potremmo dire tornando a Genesi, ci sia necessaria questa umile predisposizione nuda - questo è non altro è forse l’origine come archè; da questa semina le mani si staccheranno dalle loro opere, gli occhi si apriranno come si apriranno i polmoni e le reni, su fino alle labbra, che fioriranno di lodi - lodi, non richieste di ascolto; lodi di chi finalmente riesce ad ascoltare. Poi tutto il resto, certamente anche le dieci parole, la Legge … ma senza questa relazione, senza questa penetrazione preventiva nel solco femminile che dobbiamo sforzarci di aprire in noi, anche la stessa Legge, gli stessi sacrifici, non potranno che essere come il fico seccato del vangelo, senza più vita, destinati a cadere a terra e non a nascere dalla terra.