LECTIO Letture: Dn 3, 25. 34-43; Mt 18, 21-35.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

L’episodio e la parabola di Matteo la potremmo catalogare come la pagina della sproporzione: tutto, infatti, appare esorbitante; sia il debito che il servo ha accumulato con il suo signore (non si una la parola “padrone”), sia il suggerimento che Gesù rivolge a Pietro sul perdono. “Diecimila talenti” e “settanta volte sette” sono precisamente la rottura, per abbondanza e pienezza, in negativo e in positivo, di una logica da ragionieri, da partita doppia che, in una prospettiva messianica già avviata nella storia, non dovrebbe più funzionare, si dovrebbe disattivare. Tuttavia, il servo graziato da tale abbondanza di perdono, non riesce a sua volta a rimanere in questa dinamica e, a chi deve a lui una cifra che al confronto non può che sembrarci irrisoria, non concede nessuna misericordia. Si, perché il punto centrale pare essere proprio la misericordia, la compassione: splanchnistheis  -  il cui significato, per nulla solamente umanitario e filantropico, già abbiamo sottolineato in altre nostre letture  -  si tratta propriamente dello “spaccarsi del cuore”, del suo andare letteralmente in frantumi, aprendosi all’altro e condividendone la debolezza. La fine della parabola, tuttavia, ci dice che il signore punirà il suo servo; ma chiediamoci qual è la motivazione profonda di questa “ira” del signore. Possiamo rispondere con le parole di Alberto Mello che, nel suo commentario a Matteo ci dice che “allora il signore è mosso all’ira […] e c’è un’evidente corrispondenza tra questi due participi: splanchnistheís-orghisheís, “mosso a compassione”, “mosso all’ira”. Il Signore è compassionevole ma è anche esigente, e la sua esigenza è precisamente la misericordia”. In primo piano, dunque, non è tanto l’applicazione della legge sui debiti, quanto piuttosto la non prosecuzione di quella relazione esorbitante di misericordia, sperimentata dal servo, nei confronti dell’altro. Non è un passaggio di poco conto. Inoltre, questo essere com-mosso di Dio ci dice che non siamo di fronte al giudice freddo e distante, raccolto nella sua potenza immobile, ma che ci troviamo invece nei paraggi di una divinità che si com-muove, si “muove con” e che, nonostante la sua capacità senza limiti e debordante di donare, sa anche non rinunciare al lasciar essere le dinamiche umane, libere di accettare o meno tale sovrabbondanza. Chiudersi di nuovo, dopo una tale esperienza da parte del servo, nelle prigioni delle partite doppie e del dare/avere contabile non può che portare dove già ci si ritira appunto da soli: in prigione. Il debito del servo nei confronti del suo signore è tuttavia talmente ampio che non sarà possibile la restituzione, nonostante la reclusione: il servo si è quindi da solo precluso la possibilità della salvezza. In fondo, la fine della parabola, ci mostra il luogo in cui volontariamente si è confinato. Egli non solo non è riuscito a propagare come un positivo contagio la misericordia del Padre, ma l’ha anche usata per suo conto, approfittandone per se stesso, per salvarsi  -  non tanto, credo, per disubbidire, quanto piuttosto perché non in grado di accettare il suo “debito” fino in fondo, la sua debolezza infinita  -  nascondendola nella pretesa di farsi “padrone” (mentre, come abbiamo sottolineato, il suo “padrone” non viene mai nominato in quanto tale, ma come “signore”). Egli non ha saputo fare come Azarìa che, nella prima lettura di oggi, “si alzò e fece questa preghiera in mezzo al fuoco”, aprendo la bocca e mostrando tutta la sua povertà, la sua miseria e il suo bisogno di misericordia proprio in mezzo alle fiamme, in un momento estremo  -  anch’esso esorbitante.

 


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