LECTIO Letture: Nm 21, 4-9; Gv 8, 21-30.
“Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero”: è la protesta del popolo di Israele in cammino nel deserto dopo la liberazione. Sono stanchi della fatica e delle privazioni; non sopportano più il gusto di quel “cibo così leggero” che è la manna; sono stanchi di “salire” dall’Egitto. Esausti di libertà - se la vera libertà è anche l’attraversamento di questo deserto; nauseati da quel cibo che nutre ed è dono miracoloso - ma che è anche, nella parola ebraica, il “cos’è?”, una domanda continua e una relazione di vita con Dio. In questa situazione, quando ci si ferma smarriti ed esausti, addolorati, e si abbassa la testa nella polvere uniforme del deserto, guardandosi i piedi doloranti, il veleno entra in circolo come l’acido lattico. Ed ecco quindi i “serpenti brucianti”, che forse il Signore non manda propriamente, ma piuttosto li fa vedere e sentire, per indicare una situazione di stallo - non per punire. Quel morso, altrettanto bruciante, in effetti indica la posizione, come la domanda ad Adamo e ad ogni uomo rivolta amorosamente ma anche inflessibilmente dal Signore: “Adamo, dove sei?”, “Uomo, dove sei?”. È giusto vedere i “morsi”, chinare il capo sulla ferita: questo fermarsi e ripiegarsi su se stessi può essere il primo passo per disegnare e collocare la nostra posizione e la nostra geografia esistenziale nel bel mezzo del deserto - è un ulteriore segno che può indicare la via. Ma molti morirono di questo. Il suggerimento di Dio a Mosè è infatti quello di innalzare un serpente e “chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita”. Ogni segno, anche il peggiore, sembra suggerirci il racconto, non è e non deve diventare un carcere, una fine o un fine: occorre rialzare la testa verso l’alto, guardarne la violenza, il negativo e l’orrore, ma in una cornice d’aria e di cielo, e ripartire, riprendere quel “salire” che è il modo con cui la Scrittura ci indica l’uscita dalla schiavitù egiziana ma non solo, visto che l’ultima parola della Torah è la stessa esortazione: “e salga”. Per annientare l’acido lattico velenoso che una fatica così grande non può non produrre, la soluzione è quella di rialzare gli occhi all’orizzonte e rimettersi in marcia: è un rischio che può comunque implicare anche la morte, un morire di fatica e di disperazione, ma è necessario per restare in vita e non chiudersi nel sepolcro dei propri serpenti brucianti, dei propri e altrui veleni e risentimenti. Del resto, quel salire, quell’innalzamento, verrà ripreso da Gesù nella pagina di Giovanni per indicare il suo stesso cammino d’amore. Si tratta, anche in questo caso, della risposta ad una domanda rivolta al Figlio dai farisei: “Tu, chi sei?”; e le ipotesi sulle possibili risposte, dopo le prime indicazioni di Gesù, sono gravate di morte: “Vuole forse uccidersi, dal momento che dice Dove vado io voi non potete venire?”. È lo stesso rischio che corriamo anche noi: fermarci dopo i “morsi brucianti” di una verità che si fa strada sradicando certezze e modi consueti di pensare; una verità, quella della croce, che rischia sempre di essere letta e interpretata da una prospettiva doloristica, come gli stessi morsi dei serpenti nel libro dei Numeri. Siamo invece chiamati a qualcosa di ancora più sconvolgente e difficile: vedere, dietro al serpente innalzato, i cieli, dalla terra; vedere nella croce, come ricordava Agostino, l’amore e la relazione nel punto più profondo e disperato dell’esodo e del deserto. Libertà anche nel dolore, nell’ira e nel risentimento, perché l’identificazione sarebbe davvero la fine.