LECTIO Letture: Dn 13, 41c-62; Gv 8, 1-11.
In entrambe le letture di oggi assistiamo a una serie di “accerchiamenti”, ad un farsi intorno di gente nei pressi di eventi e parole: da una parte l’accerchiamento di Susanna prima da parte dei due anziani del popolo, poi di tutto il popolo riunito per processarla; dall’altra l’adultera, “messa in mezzo” per provocare il giudizio di Gesù. Nel primo caso si tratta palesemente di una menzogna nei confronti della bella Susanna, dettata dalla concupiscenza e dal rifiuto; mentre nella pagina di Giovanni l’adultera, per quanto ne sappiamo, è colpevole; ma è chiaro che l’intento di chi porta la donna adultera a giudizio da Gesù è chiaramente gravato da una “menzogna”: infatti, gli scribi e i farisei usano la richiesta di chiarimento “per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo”, usando verità e Legge a loro favore e disinnescando quindi Legge e verità come provenienti da Dio. Forse potremmo dire che Gesù stesso è “messo in mezzo”, non solo nel senso che a lui è richiesto un giudizio - ma anche perché, nella sua carne, egli assume misericordiosamente sia l’innocente Susanna e la sua bellezza, sia l’adultera. Il Verbo è circondato, come spesso accade, non solo da chi vuole vivere la sua parola, ma anche da chi desidera giudicarla, annientarla, renderla silenzio. Il Figlio, in Giovanni, si presta a dare loro quello che in fondo vogliono: in gran parte, infatti, non risponde, tace - ed è bello che questo silenzio sia raccontato con l’immagine di Gesù che si china per terra a scrivere parole incomprensibili sulla sabbia. È un meccanismo di disattivazione del giudizio e della violenza, ma non certo una rinuncia alla Parola: infatti Gesù risponde con la frase che tutti conosciamo, invitando, casomai, ad accerchiare se stessi per guardarsi dentro, per vedere il proprio male e il proprio peccato, prima di esteriorizzare verso l’altro il giudizio. Ma non basta: nemmeno il Figlio giudica, quando, dopo queste parole, ha sciolto l’assedio di chi voleva giudicare. La parola silenziosa che Gesù scrive sulla sabbia, forse ricordando simbolicamente la rottura delle prime tavole in pietra della Legge, forse ci suggerisce la visione di una Parola che non può mai trasformarsi in pietra da appendere al collo nel giudizio; una parola scritta che, tuttavia, mantiene quella forza dell’orale e del significante vivo, come vivo è il cuore che non si sclerotizza e non si fa pietra da gettare contro l’altro, anche se peccatore - una parola che vive, etica e non moralistica, capace anche di lasciarsi cancellare e di nuovo riscrivere, come Dio è capace di dimenticare per la nostra salvezza. E la grandezza di questa Parola è, come il Verbo incarnato, apparentemente debole, bassa, scritta sulla polvere, intessuta di silenzio, capace di fare il vuoto - ma un vuoto che lascia respirare, muoversi, divenire, cambiare. Non è quindi la parola degli “anziani”, non è una parola che sta morendo, vecchia, decrepita e sclerotizzata, mossa solo da rigurgiti di concupiscenza e di cattiveria per un dono non concesso, carica quindi di risentimento e d’ira: solo facendosi dono e per-dono essa può ritornare a noi capace di farci nascere di nuovo, ogni volta. La Parola viva è anche oggi accerchiata fino all’asfissia da chi dovrebbe darle spazio, prestarle il proprio respiro nel tramandarla in tutta la sua pienezza - una pienezza che non è mai colma e che dovrebbe zampillare sempre di nuovo, ma che spesso è messa a marcire e a stagnare sotto tombini e fossati cementati, per paura della sua forza limpida e inarginabile. Dovremmo di nuovo, tutti, chinarci nella polvere, perché la parola viene sempre da quel silenzio che non è distacco ma estrema partecipazione alla debolezza, alla mitezza e alla misericordia nei confronti della finitezza. Perché fare quel silenzio, è fare l’amore.