LECTIO Letture: Is 52, 13 – 53, 12; Eb 4. 14-16;5, 7-9; Gv 18, 1 – 19, 42.
Devo essere sincero, la Passione nella versione di Giovanni non mi è mai piaciuta molto, perché è troppo bella, troppo “insensibile” e solenne, troppo “teologica” - come se Gesù, pienamente consapevole di ogni cosa che gli sta per accadere, si ponesse quale “direttore” scenico di tutto il quadro, senza mai mostrare la sua umanità, senza mai tradire dolore o angoscia o stanchezza: manca, forse per questo, ad esempio, la figura del “cireneo”, quasi a dirci che il Figlio non ha bisogno d’aiuto; e anche la sua ultima frase, quel “tutto è compiuto”, sembra per Giovanni non avere il ben che minimo alone di resa o di stanchezza: è piuttosto un grido di vittoria, di gloria. Anche dalla croce Gesù non smette di “dirigere”: è lui che parla e si rivolge alle donne e al “discepolo amato” predisponendo il loro futuro. Inoltre, l’evangelista sparge una quantità di richiami scritturistici e simbolici che ben conosciamo: dal “giardino” dove la cattura avviene all’altro “giardino” dove verrà sepolto; dalla “tunica” che rimane intera alla “canna” con cui viene dissetato (e che in greco altro non sarebbe che un “ramo di issopo”: richiamo chiarissimo al rito ebraico in cui proprio con questo ramo veniva asperso il sangue sul Tempio e sulle case dei salvati); fino alle ossa non spaccate e alla sepoltura, con quella esagerazione davvero regale dei “trenta chili di una mistura di mirra e di aloe” e molto altro. Certamente c’è una motivazione teologica profonda che riguarda l’indissolubilità di gloria e kenosi come coincidenti, e il fatto che nel racconto che precede l’evangelista non si è risparmiato di mostrare anche altro; ed è sicuramente un vangelo che, venendo per ultimo, ha l’esplicita funzione di integrare (e non di cancellare o rendere meno fondamentali) gli altri racconti; inoltre, sembra quasi che lo stesso evangelista dissemini una quantità così grande di simboli e anche di apparenti contraddizioni per lasciare aperta quella sua fondamentale istanza del “segno” a svariate interpretazioni, per non soffocare mai la grandezza dell’evento.
Giustamente, la liturgia di oggi affianca a tali pagine regali il passo della Lettera agli Ebrei, in cui si dice chiaramente che la grandezza di Cristo come sommo sacerdote sta anche in questo: “non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato”; inoltre “nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte” e “imparò l’obbedienza da ciò che patì”. È il primo passo verso una lettura liturgica globale del Mistero.
Il passo ulteriore ci viene sicuramente fornito da Isaia e dai canti del Servo. Qui, l’attenzione si sposta altrove, mi pare. Anche se apparentemente il protagonista sembra essere il Servo, ad una lettura più profonda, quella a cui siamo fortemente chiamati, ci rendiamo conto che i protagonisti sono altri: quelli che giudicano il servo, quelli che parlano e raccontano, e quindi anche noi in prima persona. Il servo infatti non parla, non fa niente, non merita nemmeno lo sguardo di chi gli sta intorno, sembra totalmente passivo, appunto svuotato: ma questo è un vuoto che ci chiama, una convocazione e una pro-vocazione. Possiamo fermarci, non solo dal punto di vista della lettura, ma anche esistenzialmente, alla prima parte - quella del giudizio sull’altro di chi si sente “giustificato” e al sicuro; ma rimarremo in un vuoto come nulla, nichilisticamente preda del risentimento, all’ombra dei nostri comodi sepolcri. Penso che dobbiamo passarci, anche questo è pasqua. Ma siamo in qualche modo in-vocati a fare un passo avanti: quello della responsabilità, quello che ci impone di scrivere anche il nostro nome sulla lista dei nemici del servo, per prenderne coscienza e poi poter camminare oltre quel vuoto e comprendere, come accade nella dinamica narrativa del testo, che l’intero racconto ci vuole protagonisti di questa conversione. Anche per Giovanni, come abbiamo visto, non c’è Gloria senza Croce, né resurrezione senza sepolcro - il “giardino” della cattura e del giudizio può anche per noi trasformarsi nel “giadino” in cui rinasce il nuovo Adamo. Oggi siamo in questa posizione di silenzio e di attesa, forse siamo ancora in una disposizione estremamente pericolosa, come è giusto che sia. Ce la descrive molto bene questo passo di R. Schneider: “Saldamente convinto della divina fondazione e della sua durata fino alla fine della storia, preferisco tuttavia ritirarmi nella cripta. Sento il canto da lontano. So che Egli è risorto, ma la mia forza vitale è talmente sprofondata che essa non è più in grado di sollevarsi dalla tomba, di tenere e di desiderare oltre la morte. Io non riesco ad immaginare un Dio così poco misericordioso da svegliare un dormiente morto di stanchezza, un malato che è finalmente riuscito ad addormentarsi”. Non confondiamo la Gloria di Cristo con la nostra sicurezza o con la totale disperazione: qualcosa di diverso da tutto questo è l’abbandono nella fede. Come le Scritture non possono essere comprese se non nel loro insieme, nel loro perenne essere in dialogo tra loro e con noi, così la nostra vita deve essere abbracciata in ogni suo aspetto. Separare un passo da tutti gli altri, come una nota dal resto della partitura, significa seccare come il ramo di fico del vangelo, oppure irrigidirsi in una Gloria di latta che risuona a vuoto.