LECTIO Letture: At 2, 14. 22-33; Mt 28, 8-15.
Di fronte al sepolcro vuoto, come di fronte ad ogni vuoto, cominciano una serie di parole, accerchiamenti, esaltazioni e denigrazioni pagate a buon mercato: la parole di Pietro agli Undici riuniti nel giorno di Pentecoste, secondo Atti; la fretta mista a gioia e timore grande delle donne che abbandonano quel sepolcro vuoto e corrono a dare l’annuncio ai discepoli; le guardie che, annunciato quello stesso vuoto ai capi dei sacerdoti, ricevono l’ordine di “colmarlo” con altre parole, di segno opposto a quelle di Pietro e delle donne, gettandovi, in definitiva, “una buona somma di denaro” per riempire quella bocca spalancata e apparentemente afasica che non è altro che la Parola più dirompente e sconcertante dello stesso Verbo. Lo stesso Gesù va incontro alle donne e, in un certo senso, sbarra loro la strada, impone una pausa alla loro corsa e le costringe, prima di andare ad annunciare l’evento - un evento che pur essendo nella storia la trascende e non può quindi, potremmo dire, paradossalmente, essere annunciato con parole e resoconti cronachistici - a fermarsi in quel presente dell’immediato, in quel io sono in cui si trovano, seppure strattonate in avanti verso l’annuncio e indietro, verso il passato, per una anamnesi di tutto il percorso di vita del Figlio, quello stesso Gesù di Nazareth che ora è davanti a loro. Questa pausa, mi pare, è richiesta a tutti noi, perché quel vuoto va portato dentro, come la madre predispone le sue viscere e il suo utero a fare spazio a ciò che, continuamente, nasce. Il rischio dell’entusiasmo è lo stesso della fretta di riseppellire tutto sotto una menzogna, come vorrebbero i sommi sacerdoti attraverso il compenso pesante come una palata di terra gettata sulla fossa vuota da parte dei soldati. Che Dio l’abbia resuscitato, come ci dice Pietro, questo ci impone di guardare comunque in faccia quel vuoto lasciatoci: portarlo con noi - perché da quel vuoto si può aprire l’immobilità del non credere ma anche il mettersi in cammino verso la Galilea dove i discepoli lo vedranno: è quello che chiede il Figlio alle donne perché lo riferiscano ai discepoli - un progetto in movimento, di cammino e non di possesso; certamente entusiasmo, ma anche, ancora, e forse più di prima, ricerca e rilettura di tutto ciò che il passaggio terreno di Cristo è stato e, soprattutto, può continuare a essere, ora anche sotto la nostra responsabilità/disponibilità - infatti, solo le testimonianze dei soldati “libereranno da ogni preoccupazione”; mentre per chi si prova nella fede le “preoccupazioni” iniziano proprio ora. Non è possibile, per chi si prova a credere, dare appuntamenti con l’ovvio, con il miracolistico, con qualcosa che sta al di sopra delle loro teste: è una verità che non può essere testimoniata, se per testimonianza pensiamo ad un accertamento quasi giuridico o storicistico. Per questo quel vuoto non va accerchiato ma casomai abbracciato e portato dentro di sé fino al limite dell’ateismo, della non credenza, con tutti i suoi dubbi. Saranno casomai le azioni che da questo vuoto si irradiano a testimoniare che è un vuoto vitale e non nichilistico - che non è una tomba ma un grembo e che proprio da lì, anche noi siamo rifatti figli. Il fatto che quel vuoto agisca lo possiamo vedere nei segni delle Scritture, negli Atti e in Paolo: queste sono tracce di un evento, che si staccano dalla sua dinamica vivente - non l’evento stesso. Sono fondamentali anche per noi, ma solo nella misura in cui lo lasciamo agire nella nostra vita: la resurrezione si incarna davvero in noi, chiede alla nostra carne e alla nostra vita di lasciarle spazio per agire con noi, in noi - perché non siamo di Cristo e nemmeno Cristo è nostro: siamo invece in Cristo. Anche la più alta forma di credo, staccata da questa nuova incarnazione, non è altro che blocco della salvezza - un primo passo che si ferma solo ai bordi della nascita; può essere un aborto luccicante, bardato di troni e broccati regali, un museo del rimpianto e del passato, una sicurezza che marcisce nelle sue abbaglianti croste. Perché ora tocca a noi provare la disposizione concreta del mettersi in cammino, da quel vuoto, verso la nuova nascita. Forse ora ricomincia tutto, con tutta la fatica che questo presuppone: come la Vergine, siamo chiamati a portare nel nostro ventre una gestazione infinita e i suoi frutti, a diventare madri del Figlio - ancora una volta, nonostante tutta la Gloria che la resurrezione mostra, insomma, Cristo agisce chiedendoci umilmente collaborazione e disponibilità. Una Gloria vera, che non si impone nemmeno dopo la sua manifestazione più imponente.