LECTIO : Letture: Gn 3, 1-10; Lc 11, 29-32.
Il vangelo di Luca ci mostra Gesù che dice alla folla: “Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione”. Qual è il senso di questo segno che non è un segno? In qualche modo ci risponde dall’Antico Testamento la prima lettura: Giona non fa altro che andare presso i niniviti e annunciare loro ciò che probabilmente già sanno ma non vogliono vedere: la loro malvagità; questa presa di coscienza pro-voca, non nel senso che avviene poi la salvezza solo per il comportamento degli abitanti di Ninive, ma perché il prendere coscienza della loro condizione di male li apre all’in-vocazione di Dio nella loro totalità - uomini e animali, dall’ultimo abitante fino al re - al ristabilimento dell’alleanza e della relazione perduta con Dio. È il mistero dell’umiltà, che Cassiano ci mostra con una efficacia sconvolgente: contriti set humiliatis cordibus, infatti, non significa una generica “contrizione” come la intendiamo oggi: si tratta di un cuore letteralmente spezzato, ridotto in frantumi. Del resto, quando il cuore è troppo duro, non c’è altra via che la sua infrazione per aprirlo e renderlo capace di ascolto. E forse in quel cuore indurito c’è anche l’immagine errata di Dio e degli altri uomini. Infatti, il Divino non li “castiga”, forse perché si sono liberati anche dell’immagine di un Dio vendicatore, vale a dire di una entità superiore costruita a immagine dell’uomo e della sua violenza. A partire da questa consapevolezza gli abitanti della città digiunano, si spogliano di ogni bene, siedono sulla cenere, re compreso. Cosa significa, in fondo, tutto questo? Digiuno, spogliazione e cenere non sono altro che i segni dell’accettazione della propria condizione creaturale, di una non autosufficienza orgogliosa e richiusa su se stessa; sono soprattutto un fare spazio all’altro attraverso il digiunare (se non lo mangio, se non voglio distruggere tutto inglobandolo in me, significa che gli dono lo spazio del vivere in quanto altro da me), e uno spazio a Dio attraverso la preghiera e l’ascolto del profeta. Ed è paradossale anche l’immagine d’insieme, conclusa dalla cenere: una distruzione viene scongiurata mediante non una difesa ma una estrema apertura, una spoliazione umile e disponibile nella speranza, perché non c’è certezza, negli abitanti della città, che la loro fine non avvenga. Come vediamo, non c’è nessun segno eclatante, nessun miracolo. È quello che lo stesso Gesù dice: non avranno un segno. Ma anche Gesù, mi pare, non dice “questa generazione è una generazione malvagia” per condannare: mostra la situazione, indica il male per aprire alla consapevolezza e alla relazione, per infrangere le barriere di odio e di violenza, quasi sempre dettate dalla paura. A volte, infatti, gli stessi segni miracolosi e vistosi rischiano di allontanarci dalla vita, dal guardarci dentro, fino in fondo al nostro inferno. Il segno di Giona, alla fine del percorso del Figlio, non sarà altro che la Croce e lo stare nel ventre della morte per tre giorni. In quel silenzio carico di attesa e di abbandono sta il miracolo più grande: la Croce è l’altare in cui propriamente il miracolo, richiesto anche dagli stessi passanti al Signore morente, non avviene - perché l’abbandono al Padre è totale. Sta qui la grazia, quella che poi lo risorgerà dai morti.