LECTIO : Letture: Ez 18, 21-28; Mt 5, 20-26.
Il testo di Ezechiele ci libera da molte cose, ma non è detto che tale libertà sia facile e comoda. Ad un primo livello, certo, ci dice chiaramente che il Signore non ha piacere della morte del malvagio, ma piuttosto che egli desista dalla sua condotta e viva. Questo ci potrebbe mettere l’anima in pace poiché, in positivo, ci libera dall’immagine errata di un Dio che castiga e gode nel castigare: niente di più lontano dalle parole della Bibbia, nonostante le apparenze. C’è tuttavia un sottofondo che ad alcuni potrebbe sembrare addirittura inquietante: Dio non ha il potere su tutto e su tutti, non perché non ne sarebbe in grado, ma perché Egli, fin dall’inizio della Creazione, domina il suo dominio, si mette da parte, si ritira per lasciare spazio all’altro, alla libertà pericolosa ma necessaria dell’uomo. Potrebbe farci paura e inquietarci questo Dio “debole”, che non castiga e non può tutto nei confronti dell’uomo. Infatti, nel nostro esodo quotidiano, siamo come il popolo di Israele in cammino verso la terra promessa: abbiamo spesso la nostalgia dell’essere schiavi - piuttosto che la dura libertà del deserto preferiremmo la sicurezza del giogo egiziano, perché almeno avremmo quel minimo di indispensabile per la nostra comoda schiavitù. Ma la potenza del Signore si vede soprattutto nella sua “debolezza”, in quel suo ritirarsi per lasciarci sperimentare la libertà, come in ogni rapporto d’amore. Anche il “Dio geloso” è un Dio innamorato, non un Dio possessivo che cancella la nostra indipendenza, pur mantenendo sempre con noi una relazione, un dia-logo e non un mono-logo. Certo, chi rimane nella prevaricazione, nella violenza e nel peccato, ci dice Ezechiele, morirà. Ma non è un castigo di un Padre adirato con noi: “Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso”, non per il castigo.
C’è anche qualcos’altro di estremamente liberante e pericoloso insieme, ed è la dimenticanza di Dio. Se il giusto agisce da giusto, ci dice ancora Ezechiele, il Signore dimenticherà tutte le iniquità passate, nella sua misericordia; ma è vero anche il contrario: se chi ha fatto il bene ed è rimasto nella giustizia, commetterà ingiustizia, tutte le sue buone opere verranno cancellate. È come se l’unico tempo di Dio fosse il presente, un presente sempre in atto, mai immobilizzato in qualche immagine o rappresentazione sicura e priva di movimento, mai messo al sicuro nelle banche del cielo in vista di un interesse da riscuotere: non è proprio il Dio della partita doppia, quello che si manifesta nella Scrittura, non è un ragioniere. Le parole di Gesù nel vangelo di Matteo ci suggeriscono forse la stessa cosa, mediante le famose antitesi: “avete inteso che fu detto dagli antichi … ma io vi dico …”; certo, la proposta del Messia è ardua, difficilissima da portare avanti, e riguarda il compimento, la pienezza della Legge - ma, come ben sappiamo, non la sua abolizione. Allora, come potremmo intenderle? Credo che il senso profondo possa essere molto vicino alla riflessione di Ezechiele: la Legge e il suo rispetto non basta, perché il rischio è quello di nascondersi nella sicurezza della sua sola attuazione, nella convinzione presuntuosa di essere nel giusto una volta per sempre all’interno del suo schema dato, passato. Questa apparente “infrazione” verso la pienezza non è altro che un metterci in guardia dalla sicurezza di un sonnolento e spesso indifferente “già fatto” per aprirci alla vertigine liberante di quel “non ancora” che si coniuga sempre con un presente in atto, con un equilibrio e una immagine di noi che non può mai richiudersi nella pacifica immaginetta da santino, ma che deve essere ogni giorno riposizionato, provato e vissuto. È quel di più, quella sporgenza che infrange ogni nostra sicurezza orgogliosa, che ci spinge sempre oltre, nel deserto della libertà, mostrando in noi sempre presente anche il passato altrettanto pericoloso di un Egitto da schiavi contenti e sicuri. E, da questo punto di vista, davvero non ci possiamo certo accontentare. L’attraversamento del Mar Rosso è un mettere ogni volta a repentaglio tutta la nostra vita, in ogni suo punto; ed è anche, ogni volta di nuovo, una nascita. Un nascere continuo, più che un essere già nati una volta per tutte.