LECTIO Letture: Ger 11, 18-20; Gv 7, 40-53.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

Ancora un passo avanti verso la rivelazione. Un passo avanti che, però, sembra non creare chiarezza ma aumentare i dubbi, la confusione e il conflitto, non solo delle interpretazioni. La “Luce del mondo” che è il Verbo mostra nodi irrisolti, trame che ramificano sotterraneamente, “intrighi”  -  ci dice il profeta Geremia, e gli fa eco la pagina giovannea: non sono solamente i loro, quelli dei “nemici”  -  sono i nostri; tentativi di costruire reti sopra di Lui e sotto di noi, nel caso il grande salto nel buio del Mistero risultasse impossibile, per salvare la sagoma di cartone che siamo, secca, se non si apre a questo salto e a questo abbandono. Quante volte ci verrebbe la voglia di dire, come quelli che tramano, come i “nemici”: “Abbattiamo l’albero nel suo pieno vigore, strappiamolo dalla terra dei viventi; nessuno ricordi più il suo nome”  -  strappiamolo da noi, sradichiamo il tremore, il timore e la speranza: cose ormai insopportabili, perché vive. Pare che l’ultimo sussulto di vita che siamo capaci di portare a termine sia quello della “vendetta”, per prima cosa contro di noi. Essere felici è una fatica dura, bruciante; averne la speranza è a volte devastante. Da questa Galilea della miseria e dell’anonimato, povera e senza voce che è la nostra condizione, siamo anche noi spesso convinti, come i farisei che rispondono a Nicodemo nel vangelo di Giovanni, che da questo luogo “non sorge profeta”. È il paradosso ricordato nella prima lettura, forse è proprio questo: da questo nostro “macello” esce, mansueto e vivo, l’Agnello  -  quello su cui “nessuno mise le mani” per fermarlo  -  nemmeno con i chiodi piantati tra la carne e il legno.

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