LECTIO Letture: Gen 22, 1-2. 9a. 10-13. 15-18; Rm 8, 31b-34; Mc 9, 2-10.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

Le pagine di Genesi dedicate al sacrificio di Isacco sono state interpretate in vari modi dalla tradizione, anche molto diversi tra loro. Analizzare i vari punti di vista sarebbe troppo lungo, ma conoscerli e tenerli a mente credo sia fondamentale; il motivo mi pare molto semplice: dopo quell’eccomi di Abramo,  infatti, si apre per noi, e forse anche per il padre di Isacco, una serie di domande e di dubbi che riguardano non solo la sua persona e quella del suo figlio Isacco, ma anche la fisionomia mai del tutto afferrabile di Dio. Salire su quel monte del sacrificio è forse lo stesso salire verso il Calvario: si incamminano il Padre, il Figlio e tutti noi lettori  -  nessuno escluso; ed è un cammino e una salita che è anche una discesa negli inferi del dubbio, dell’aridità, della non risposta o del caos delle risposte, anche contraddittorie. Forse Dio è malvagio? Gode nel mettere alla prova? Vuole il nostro male? Forse non ha mai chiesto davvero un tale sacrificio? Forse il silenzio del Figlio, che resta in disparte da non protagonista per tutto il racconto vuole dirci molto di più di quello che siamo soliti ascoltare? Lasciamo queste domande agire, perché è questa la loro funzione, e cerchiamo di vedere che immagine esce di noi, prima di tutto. Del resto, anche in questa notte  tremenda della salita al monte che è anche una discesa e una distruzione di tutte le nostre figure e rappresentazioni, Paolo ci dice che “se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?”  -  probabilmente noi per primi. Questo è forse il primo duro passo da fare, questa consapevolezza.

Ma c’è un’altra salita su di un monte che ci racconta il vangelo di Marco, quella verso la trasfigurazione. Qui è il Figlio che sale con alcuni dei suoi discepoli, ma è comunque presente, anche in questo caso, il Padre. Vista controluce, sembra la ripetizione narrativa di una stessa immagine, come spesso accade nella Bibbia: ripetere medesime dinamiche e figure fino alla loro pienezza che le fa svanire per un di più che le cancella, raschiando via tutto, come i lavandai sulle vesti bianchissime: potremmo quindi dire che in questo secondo caso sono le stesse figure, le stesse immagini che devono essere “messe a morte”, vale a dire lasciate essere in quanto immagini, come le note di una composizione che, se si bloccano, impediscono l’ascolto dell’insieme dell’opera. Pietro, tuttavia, vorrebbe mettere radici, vorrebbe costruire tre capanne e rimanere, interrompendo l’opera; lui, infatti, con gli altri discepoli, si chiede “cosa volesse dire risorgere dai morti”. Anche nel momento della gioia e della rivelazione più alta, quindi, si introduce un elemento di morte, di blocco dell’armonia mai del tutto comprensibile e spesso tremendamente dissonante dell’intero cammino di salita/discesa al monte.

Nel finale del racconto di Genesi qui riportato, ad una morte possibile e toccata con mano da Abramo nei confronti del figlio, succede una promessa di vita e di generazione e discendenza numerosa “come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare”. Nel finale invece del racconto di Marco, dopo la condivisione della Gloria con il Figlio, ritorna il silenzio che potrà essere rotto solamente dopo la morte di Gesù e la sua risurrezione dai morti. Eppure sappiamo che anche dopo la risurrezione, quella sinfonia non potrà essere fermata: Cristo si mostrerà non come spirito ma come corpo glorioso, ma non potrà essere trattenuto.

 

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