LECTIO Letture: Dt 26, 16-19; Mt 5, 43-48.
Il vangelo di Matteo di oggi si conclude, dopo averci proposto di amare anche i nostri nemici, con un vertice vertiginoso, provocatorio, impossibile, ci verrebbe da dire: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. Potremmo dire, per ammorbidire tale imperativo, che si tratta solo di una tensione mai finita, e saremmo nel giusto. Ma tensione verso cosa? Non credo si tratti di “perfezione” nel senso di “purezza”, “altezza” e gloria. Questa “perfezione” non è un frutto puro che, altrimenti, impazzirebbe. Se il Padre ci viene mostrato attraverso il Figlio, allora si tratta di altro. Questa “perfezione” potrebbe essere in effetti quella della misericordia, la perfezione di chi sa lasciare andare il proprio cuore in frantumi per l’altro (è il significato rude e sconvolgente della parola greca per “misericordia”): non si tratta quindi di una perfezione come recinzione sacra, purità, intoccabilità, ma tutto l’opposto. Lasciarsi invadere, soffrire e gioire fin nelle viscere, com-muoversi, com-patire: tutte espressioni che non richiamano una chiusura ma un cum, una relazione con l’altro/Altro. Anche Dio, liberato dall’ontologia classica, si lascia invadere e ci invade in maniera spesso disturbante. Dire che Egli si commuove fino alle viscere non è forse antropomorfismo: certo, è il nostro limite di linguaggio che non basta mai e si fa sentire, ma è anche il contrario dell’antropomorfismo - è Dio che si avvicina all’umano e al creaturale, mentre l’uomo vorrebbe crearlo a sua immagine quando lo fa diventare un giudice dispensatore di bene e di male, un oggetto talmente venerato e messo talmente in alto da diventare praticamente dimenticabile. Questa imperfezione perfetta è il modello a cui siamo chiamati, anche e soprattutto attraverso le parole sull’amore per il proprio nemico che, non dimentichiamolo, non si dice che poi diventi amico - egli, infatti, va lasciato libero nel suo essere altro da noi, prossimo in questo senso profondissimo della singolarità inappropriabile, libera. Qualcuno ha parlato giustamente del “sacramento del nemico” come arnese capace di rompere le nostre chiusure, forzare e anche violentare i sigilli delle nostre case e delle nostre chiese. Voler cambiare il nemico in amico significherebbe nient’altro che ucciderlo in quanto alterità. Del resto, le parole del Deuteronomio, ci dicono che Dio prende un popolo particolare, eletto tra tutti gli altri popoli, e questo ci può sembrare strano, del tutto contrario all’amore universale. Ma se guardiano a fondo, questa elezione non è altro che la strada unica per l’amore vero e non genericamente sentimentale o filantropico: la singolarità di una relazione che diventa modello di tutte le altre relazioni - relazioni singolari e incarnate che portano anche una responsabilità, come accade nel rapporto amoroso, naturalmente. I precetti della Legge, le “parole” (perché non si tratta mai di “comandamenti”) non possono che partire da questa relazione, e il loro ascolto non è altro che lo stare, libero, in questa relazione. Si può essere perfetti nella Legge senza che il cuore e le viscere vengano nemmeno sfiorati: solo se il cuore si spezza può aprirsi, dolorosamente e gioiosamente, all’altro. Altrimenti non rimane che un matrimonio di interesse.