LECTIO : Ger 18, 18-20; Mt 20, 17-28.
La pagina che oggi ci propone il vangelo di Matteo si inserisce nella narrazione orientata ormai verso Gerusalemme e la rivelazione. È una rivelazione quasi inaccettabile, e ancora fonte di fraintendimenti. Gesù inizia a vedere e a mostrare dove potrebbero portarlo le conseguenze del suo darsi o, meglio, del suo essere consegnato. Questa parola, consegna, sempre al passivo nei sinottici, è di fondamentale importanza - e non può non richiamare il senso e il significato profondo del tradere e della tradizione - anche se in questo brano non è forse il fulcro visibile: ma non lo è appunto perché ancora non del tutto rischiarata dall’azione, dal fare; in ogni caso, se Gesù dirà alla fine del brano che occorre farsi servizio, il suggerimento di una tradizione come servizio e come qualcosa che non ci appartiene mai e che dobbiamo appunto a nostra volta “consegnare”, non è del tutto fuori luogo. È una pratica della tradizione che non teme di lasciarsi “tradire”, che non viene usata come difesa identitaria o ideologica - e che nemmeno il Figlio “possiede” fino in fondo, e tantomeno tiene per sé, perché solo il Padre può concedere quello che la madre dei figli di Zebedeo vorrebbe per loro. Ancora una volta, quindi, la cristologia sottesa ai racconti evangelici, si mostra non centrata su Cristo ma sul Padre - come ogni tradizione non dovrebbe essere centrata su se stessa o, peggio, sugli uomini che se ne sentono i garanti, ma sull’altro e su Dio. Nella domanda della madre, poi, possiamo leggere anche una tremenda ironia che Matteo non si lascia sfuggire: la richiesta di stare alla destra e alla sinistra di Gesù è una richiesta impossibile, ma è anche un non sapere quello che si chiede - la donna, infatti, senza saperlo, forse chiede i posti delle altre due croci per i suoi figli; Gesù, da parte sua, risponde ad entrambe le aspettative: quel calice del dolore lo berranno, ma non è concesso sapere e gustare ancora quello della Gloria. In questo non sapere il Figlio pare voler separare il passaggio doloroso dell’essere consegnati dall’automatica sicurezza della salvezza e della Gloria. Ed è questo non sapere che ci rende capaci di dono e abban-dono libero e di vero servizio. Il discorso che segue, sui capi delle nazioni e sui potenti, è profondamente coerente: il possesso della Gloria come attributo anche politico è contrario, proprio in quanto possesso (non in se stesso), al servizio. Nemmeno in rapporto alla decisione della consegna si può essere “padroni”: sarebbe una contraddizione, una morte “da eroe” che ristabilisce immagini di potenza e superiorità; mentre l’abbandono vero è altra cosa. Donare la propria vita è abbandonarla in profondità. Per il cristiano, la vita e la tradizione, sono indifendibili e sono chiamate a correre il rischio di un’apertura e di una consegna senza alcuna garanzia. I nemici del profeta Geremia, nella prima lettura, tramano insidie e ostacolano le sue parole, preparano per lui una fossa; il profeta si attacca solo ad una domanda, che tale resta in quel momento di attraversamento dubbioso e duro, e ad una richiesta di ricordo rivolta a Dio. E in quella domanda, “Si rende forse male per bene?” c’è tutta l’umanità che vibra, come nelle buone intenzioni della madre dei due fratelli nel vangelo di Matteo. Gesù non condanna questa umanissima richiesta, la accoglie, ma senza che diventi un potere da esercitare nei confronti degli altri, indicando così la prospettiva evangelica del servizio.