LECTIO Letture: Gc 2, 1-9; Mc 8, 27-33.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

 

Uno dei momenti teologicamente cruciali del vangelo di Marco si trova tra queste poche righe intensissime e rivelatorie. Come sempre ci sono domande incalzanti, e queste avvengono mentre i discepoli e Gesù sono in movimento, in cammino sulla strada verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo: non dimentichiamo questo dinamismo continuo, tipico di Marco. Le due domande sono, progressivamente, in cammino verso la profondità e riguardano l’identità di Gesù  - è il nodo di tutto questo vangelo: infatti, dopo averlo annunciato apertamente all’inizio della sua narrazione, Marco è come se lo dimenticasse e costringesse il lettore a riattraversare tutto il dubbio e gli errori con i suoi personaggi, fino al momento finale dove, non a caso, l’unico che capisce chi è veramente Gesù è un pagano, il centurione sotto la Croce, mentre prima, i soli che sanno rispondere chiaramente all’interrogazione sull’identità sono i demoni.

“La gente, chi dice che io sia?” è la prima tappa: non va assolutamente sottovalutata, perché ci mostra le attese del popolo, le “richieste”, i bisogni profondi, necessari  -  ma la verità è addirittura in sovrappiù, è qualcosa di assolutamente inatteso e sovrabbondante, ma anche non facilmente comprensibile e accettabile: come tutti i grandi doni, ci chiedono in qualche modo un’apertura, una capacità (anche nel senso di capienza) di ricevere che non è per nulla scontata  -  un amore troppo grande fa paura, un dono così immenso ci chiede implicitamente di fare spazio, di svuotarci per essere accoglienti. La seconda domanda  colpisce diretta, come una stilettata al cuore: “Ma voi, chi dite che io sia?”  -  sembra non esserci scampo, è una domanda che mette al muro, che spoglia ogni tergiversare  -  potrebbe ricordare quella rivolta all’uomo ancora nel paradiso terreste, subito dopo la trasgressione: “Adamo, dove sei?”. Siamo in cammino, non dimentichiamolo, c’è fretta e dinamismo, progressione nel Mistero; ma Pietro, che sarà il primo Papa, ha una fretta diversa: sembra quasi che non si lasci interrogare troppo dalla domanda, che non si lasci frugare a fondo dall’interrogazione, rispondendo con una chiarezza forse troppo luciferina (se appunto Lucifero, da luce, è colui che mostra tutto troppo chiaramente e dicotomicamente, vale a dire dia-bolicamente e non sim-bolicamente): “Tu sei il Cristo”. È come se Pietro volesse fermare il cammino di comprensione, richiudere in un titolo la grandezza inarginabile dell’evento cristologico che, invece, si tratta di attraversare (non dimentichiamoci che Pasqua ha anche il significato di passaggio/attraversamento). Pietro richiude il Mistero di Gesù in un titolo regale, lo innalza quasi immunitariamente al di sopra del travaglio, del dubbio e soprattutto della sofferenza  -  con il rischio di renderlo un “santino” da tenere nel portafoglio o nelle teche dorate delle chiese: lo fa in buona fede, ma lo fa anche per difendere se stesso e le sue sicurezze, strappando al Figlio la sua carne umanissima. Quello che Giacomo ci dice nella prima lettura, cioè di non fare “favoritismi”, Pietro lo fa nei confronti di Gesù: la cosa ci sembra giusta, a chi se non a Lui? Ma questo misconosce che Cristo stesso è fianco a fianco con i poveri, con gli ultimi, con la sofferenza e il travaglio del corpo e anche della coscienza. Cristo infatti è “vero Dio e vero uomo”. La risposta di Gesù è devastante: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Cristo chiede quindi una completa disponibilità ad abbandonare le nostre visioni di comodo, preconfezionate, del divino, fossero anche le più alte  - non possiamo non pensare alla famosa preghiera di Maestro Eckhart: “prego Dio che mi liberi da Dio” -  per potere davvero camminare “dietro” a Lui, nella sequela, nella pratica di ogni giorno. La risposta, quindi, è anche un atto profondo, seppure severo, di amore: ci libera da ogni “peso” idolatrico, ci porta a una paradossale “gaia scienza”, tragica e gioiosa insieme. Abbiamo detto che la risposta di Pietro cerca in qualche modo anche di salvare le sue sicurezze, il suo modo di pensare e vedere, il suo stesso amore per il Figlio: non basta. Anche Pietro, infatti, sarà chiamato ad attraversare il suo personale calvario: la paura, il rinnegamento e la fuga, a guardare negli occhi tutto il suo abisso di male riflesso in quel momento in cui gli occhi di Gesù, a distanza, incontrano i suoi che si nascondono pieni di paura e dolore. Non c’è altra strada. La purificazione non porta ad una idea di purezza ideale: la purezza richiamata da Cristo è quella che porta con sé le ferite, i dubbi, le lacerazioni e i segni della violenza e dell’ignoranza nella propria carne, ma illuminati dalla luce della resurrezione.

 

 


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