LECTIO Letture: Gc 2, 14-24. 26; Mc 8, 34-9, 1.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

 

Come sempre la relazione tra la prima lettura e il vangelo si declina come positiva tensione, mai come accordo superficiale: tale tensione, che tuttavia tiene insieme, sprigiona il cuore vuoto e accogliente della Parola, purificato da ogni possibile fissazione o chiusura. Le Scritture, al loro interno, dialogano in questo modo, mai all’unisono, ma piuttosto come una coralità di voci, una sorta di ciclone il cui centro è calma perfetta. Si tratta, per noi lettori, di avvicinarci il più possibile a quel centro, pur stando nella tempesta, mi pare. Dunque, nella prima lettura Giacomo ribadisce e sottolinea con forza che “la fede senza le opere è morta”, come “il corpo senza lo Spirito è morto”: potremmo anche forzare un poco la similitudine e dire che, come il corpo senza lo Spirito è morto, così anche lo Spirito senza il corpo e la sua estensione pratica non vive: la trascendenza è sempre incarnata, è sempre una gestazione e un parto che avviene nel punto più profondo della nostra creaturalità. Ma siamo tuttavia ancora all’ingiunzione di Genesi, a quel “partorirai con fatica/dolore” rivolto a Eva, ma anche a ogni Adam  -  a tutta l’umanità. Perché? Non si tratta di una punizione per il peccato, no, non è questo. Il dolore e la fatica di mettere al mondo il proprio figlio, metaforico o reale, è causata da quell’attaccamento egoistico ai frutti delle proprie opere  - mio figlio, le mie opere -  ad un ripiegamento che non ha la forza del lasciar essere. È questa, e non altra, la fatica che ci tocca. Mi viene in mente Arjuna, anche se in un contesto del tutto diverso. Nel vangelo di Marco, Cristo forse non ci chiede altro che questo: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”. Anche qui non siamo di fronte alla negazione del creaturale a favore dello “spirituale”, si tratta invece della liberazione del creaturale stesso e nel creaturale: perdere la propria vita è infatti nient’altro che la liberazione dall’essere autocentrati  -  a me, personalmente, questa ingiunzione fa ricordare le beatitudini e la pagina sull’essere come i gigli dei campi: pagine ad un tempo durissime e di una dolcezza infinita. Il paradosso della sequela è dunque un mettersi al servizio non come schiavi ma come processo che libera, anche dalle opere stesse  -  non nel senso che non si debbano tenere nel giusto conto, ma in quello che le fa essere in vista dell’altro e della Grazia. Trovo in alcune pagine splendide di Maestro Eckhart una possibile visione di quell’occhio del ciclone in cui tutto è calmo, pure in mezzo alla tempesta: “l’opera, e il tempo in cui l’opera avvenne, non sono santi, né beati, né buoni. Bontà, santità, beatitudine, sono soltanto denominazioni accidentali dell’opera e del tempo, ma non sono loro proprie. Perché? Un’opera, in quanto opera, non proviene da se stessa, non dal proprio volere; non accade da se stessa, non dal proprio volere, e neppure sa di se stessa. Perciò non è né beata né infelice. Lo spirito, invece, dal quale l’opera proviene, si libera dell’immagine, che non ritorna più in lui. Allora l’opera, in quanto era opera, è immediatamente annientata, insieme al tempo in cui avvenne, e non è più né qui né là; perché lo spirito non ha più niente a che fare con l’opera. Se esso deve operare qualcos’altro, ciò deve avvenire con altre opere ed in altro tempo. Perciò vanno perdute insieme il tempo e le opere, cattive e buone, perdute nello stesso modo; infatti non hanno permanenza nello spirito, né essere e luogo in se stesse, e Dio non ha affatto bisogno di esse. Perciò sono perdute e annientate in se stesse. Se avviene un’opera buona attraverso un uomo, l’uomo si libera con questa opera, e grazie a tale liberazione egli diviene più vicino e più simile al suo principio, di quanto lo fosse prima di tale liberazione, e pertanto è migliore e più beato di quanto lo fosse prima di tale liberazione” (da Sermoni tedeschi).

 

 


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