11 febbraio 2012 Letture: 1Re 12, 26-32; 13, 33-34. Mc 8, 1-10.
Nelle due letture di oggi, quella relativa al libro dei Re e quella del vangelo di Marco, esplode in tutta la sua forza la tensione fra mancanza e vuoto da un lato e fame e sazietà dall’altro. Nel primo caso la mancanza, il vuoto di Dio, potremmo dire, viene colmato dagli idoli, posti in alto, sulle alture – anche con motivazioni chiaramente politiche, dettate dal calcolo pauroso del re, che teme per la sua vita e il suo potere. Nel secondo caso, il vangelo mostra la stessa indigenza, la stessa mancanza, lo stesso limite - anche se qui, in questo caso, è sottolineata con maggiore forza una caratteristica estremamente vitale e concreta, che non vorrei affrettare verso una lettura solo simbolica (anche se questa certamente non manca nelle intenzioni di Marco); da notare anche il fatto che ci troviamo in terra straniera. Nel primo caso, quindi, sono stranieri gli dei: ma non è solo questo il problema; potremmo dire invece che più che straniero il culto degli idoli è negativo perché estraneo, all’umano innanzitutto. A mostrarci che nelle Scritture non c’è una condanna dello straniero in quanto tale, ci pensa la pagina evangelica: Gesù moltiplica per la seconda volta i pani, perché sente compassione per chi ha fame. Tale compassione, che ci rimanda alle paoline “viscere di misericordia” e alla radice ebraica di questo termine, legato all’accoglienza materna dell’utero, può essere anche letta come un segno forte di comunione incarnata, un segno di alleanza concretissima: le viscere accolgono altre viscere che gridano, che si contorcono per la fame, non solo fisica certo, ma incarnata nella concretezza del corpo e dell’umano nella sua unità. Questa è anche accoglienza di tutto l’umano, fino in fondo. Mentre gli idoli costruiti sulle alture non hanno certo la capacità di com-muoversi verso l’altro e il suo bisogno. È una santificazione del limite, non certo una sua cancellazione - che ci farebbe insensibili come appunto quegli stessi idoli, messi troppo in alto, distaccati, mai prossimi.
Il risultato è una sazietà, in entrambi i casi, se ci pensiamo bene. Nel primo caso è una sazietà che si chiude su se stessa, che sbarra con l’oro delle statue quella mancanza vitale che ci mostra come sempre dipendenti dall’altro, aperti anche in maniera tragica, sanguinante - appunto come uno stomaco che si contorce per la fame. Nel secondo caso è invece il segno di una sazietà che potremmo chiamare “della dipendenza”, sazietà più della relazione che del suo oggetto specifico (in questo caso il pane). Il pane infatti avanza, come accadeva con la manna che bastava per ognuno nel deserto, nel limite accolto della propria fame e di se stessi - ma che ogni giorno si rinnovava, senza per questo innescare una dinamica del desiderio come eccesso negativo di accaparramento. Qui chi desidera, mangiando quel pane, è sazio ma avrà fortunatamente ancora fame. Anche perché Gesù, dopo questo episodio, come è tipico del vangelo di Marco, “subito andò” via, senza fermarsi, senza lasciarsi irreggimentare nella forma immobile di qualche statua delle alture. Del resto, l’unica altura che lo accoglierà sarà quella del Golgota, in cui Egli stesso, avendo ancora sete, si donerà completamente, in una apertura estrema, in un abbraccio infinito - donando sazietà ma anche sete.