LECTIO Letture: At 9, 1-20; Gv 6, 52-59.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

La prima lettura di oggi, dagli Atti degli Apostoli, ci propone la conversione di Saulo: vorrei provare a soffermarmi solo su alcuni particolari del racconto. C’è da dire che Saulo, almeno secondo le categorie del tempo (ma ciò accade anche oggi, seppure in forme diverse, ma non meno “mortifere”), non è un “peccatore” ma piuttosto uno “zelante”, un attivista sfrenato della fede, uno che “agisce”, che fa con grande slancio, guidato da sicurezze che diventano imperativi  -  uno che “non vede” la sua “pochezza” nascondendola nell’attivismo. La visione sulla via di Damasco non è propriamente una visione: Saulo sente, e ascolta una voce: non vede niente, nessun “idolo” ha la possibilità di formarsi ai suoi occhi  -  casomai, vedremo che è proprio il contrario. Il processo di conversione avviene “sulla via” del suo zelo, potremmo dire, ad un tempo, del suo modo retto di intendere la fede e del suo stesso peccato  -  non al di fuori di quel “sbagliare la mira” che è il significato del “peccato” nella lingua ebraica; il Signore, per mezzo del Figlio, raggiunge l’uomo al centro del suo errore: potremmo anche dire che il peccato è l’unica porta attraverso la quale Dio può entrare per farci smarrire la via delle nostre sicurezze, per farci “ciechi” delle/nelle nostre più inscalfibili certezze. Scrive a questo proposito André Louf: “La virtù, la generosità, i desideri di perfezione o di santità, la liturgia, le tecniche di preghiera, addirittura quella che consideriamo come la nostra preghiera più intima, gli stessi sacrosanti principi della morale possono diventare un modo di fuggire Dio, uno sforzo disperato per evitare di ascoltarne la voce, per nasconderci  lontano dal suo volto e da ciò che vuole dirci. Persino quello che facciamo per gli altri e per la chiesa di Cristo può essere solo un espediente, estraneo al nostro io più profondo, molto lontano anche da Dio e dalla sua voce nel nostro cuore. Lo stesso esercizio teologico, sia di stampo moderno che classico, può essere una fuga, un alibi che ci trascina in un mondo irreale di idee e di concetti da cui non nasce alcuna vita autentica”. Infatti, Saulo rimane accecato, al buio, per tre giorni (è chiara, come sempre negli Atti, la simbologia che ci riporta alla vita e alla Passione di Cristo): finalmente Saulo vede il buio, l’errore, e lo riconosce fisicamente nella sua stessa carne, nella sua debolezza  -  infatti non mangerà né berrà in quei tre giorni, come a sottolineare ulteriormente la sua condizione di umiltà, povertà e dipendenza. Più che una morte vissuta in tre giorni, è forse la ricapitolazione della morte vissuta in tutta la sua vita precedente, ora però illuminata dalla voce di Dio. “E subito gli caddero dagli occhi come delle squame e recuperò la vista. Si alzò e venne battezzato, poi prese cibo e le forze gli tornarono”: ora Saulo vede di nuovo la luce, ma non dimenticherà mai, e mai si stancherà di ripetere la visione fondamentale per la sua conversione: una voce e il buio, l’accecamento  -  una visione che non è una visione celeste, ma la voce/luce che mostra chiaramente il buio, la contemplazione della propria miseria, del proprio essere “poca cosa”: non è un caso il cambiamento del nome in Paolo, “cosa piccola, di poco conto”, in contrapposizione al nome regale di Saulo  -  fino a farsi addirittura doulos/schiavo nel/del Signore. È quella condizione di positiva dipendenza amorosa nei confronti dell’altro e di Dio stesso che qui viene con forza sottolineata e vissuta da Paolo.

Giovanni, nel vangelo di oggi, ci riporta ad un’altra condizione fondamentale, quella del “pane di vita” che è Cristo, al suo nutrimento mediante il sangue e la carne, vale a dire attraverso la sua (e nostra) vita condivisa con gli altri, con tutti gli altri, a partire dal nemico per eccellenza, com’era lo stesso Paolo sulla via di Damasco; una condizione, questa, che non può essere partecipata se non da chi vede il suo buio, la sua debolezza, il suo bisogno, staccandosi da quella chiusura sicura e autosufficiente che anche le convinzioni religiose favoriscono, fino a richiuderci proprio all’azione della grazia. Sempre ritornando a Louf, potremmo fare nostre queste sue parole sulla necessità salvifica della “rovina”: “Dovranno accadere molte cose, assolutamente al di fuori della nostra buona volontà e della nostra generosità naturale. Questo rovesciamento non implica una semplice ferita interiore, ma una vera e propria lacerazione che colpisce le nostre fondamenta; implica una probabile rottura e dei frantumi, uno sgretolamento inarrestabile: come un edificio in cemento armato, al quale possiamo aver lavorato per anni on estrema cura e che, a un certo punto, si è messo a funzionare solo come uno scudo contro il nostro io più profondo e contro gli altri, finendo col rischiare di proteggerci anche contro la grazia di Dio. Questo crollo è solo un inizio, ma è già gravido di speranza: bisognerà evitare soprattutto il tentativo di ricostruire ciò che la grazia ha demolito. Anche questo non è facile da imparare: la tentazione di montare qualche impalcatura davanti alla facciata pericolante e di rimettersi all’opera è infatti sempre molto grande. Dobbiamo imparare a dimorare accanto alle nostre rovine, a sederci in mezzo ai detriti senza amarezza, senza rimproverare noi stessi né accusare Dio. Dovremmo appoggiarci a questi muri in rovina, pieni di speranza e di abbandono, con la fiducia del bambino che sogna che suo padre aggiusterà tutto; perché lui, il padre, sa come tutto può essere ricostruito diversamente, molto meglio di prima”. “Come il Padre, che ha la via, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me” dice Gesù: quel per non significa principalmente “grazie a me”, con implicazioni di potenza e distacco, esso è invece più vicino alla traduzione “attraverso me”: si tratta di una condivisione, di un dono, di una grazia che ci rende partecipi di quella dinamica trinitaria d’amore e scambio reciproco, di dialogo intratrinitario  -  non distacco, quindi, ma estrema vicinanza, fin nel suo stesso corpo vivente: “Questo è il pane disceso dal cielo”.

 

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