LECTIO Letture: At 13, 44-52; Gv 14, 7-14.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

La domanda che Filippo pone a Gesù nel vangelo di oggi è tremenda, se pensiamo a quello che lo stesso Messia ha appena rivelato: “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”. È proprio a questa rivelazione concretissima, in divenire ma pur sempre presente in mezzo a loro che Filippo, in qualche modo, potremmo dire che si “oppone”: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”  -  forse anche con un velo di falsa modestia in quel “ci basta”; ed è singolare, almeno ad una lettura tradizionale, che nel vangelo di Giovanni vede soprattutto lo scritto del Teologo, dell’Aquila che vola alto, la dottrina più di tutte “spirituale” della tradizione evangelica, trovare questo richiamo forte alla “mediazione” del Figlio che si svolge nel tempo e nella storia: vedere solo il Padre non solo non basta, ma forse non è nemmeno possibile, perché rischieremo di svalutare la rivelazione orizzontale a fronte di una esaltazione solamente verticale; un “nascere dall’alto” che dimentica il cammino e le relazioni umane; senza contare il fatto che l’ulteriore rischio sarebbe quello di costruire una immagine di Dio ontologicamente chiusa in se stessa, misconoscendone l’abbassamento kenotico, il suo chinarsi, attraverso il Figlio, sulle piaghe e sulle debolezze della creaturalità, facendole sue per redimerle in quanto tali, senza cancellarle. Il Figlio si rivela così, ancora una volta, come non cristologicamente centrato su se stesso, ma solo in funzione del Padre, che in esso agisce e si muove. Per rimanere in ambito giovanneo, potremmo avvicinare questo episodio a quello della lavanda dei piedi in cui Pietro non vuole essere “servito” da Cristo: anche in questo caso, dietro un apparente atteggiamento di rispetto assoluto nei confronti della divinità riconosciuta e amata, traspare piuttosto il desiderio e il bisogno di salvaguardare una immagine solidificata di Dio, quasi come un idolo, una statua che non può “chinarsi” dalla sua altezza ai piedi dell’umanità. Perché provoca forse più dolore e smarrimento accettare questa nuova dinamica di amore che rimanere ancorati alla sicurezza di un Dio immobile a cui prostrarsi “da lontano”. Per accettare una tale forma eccessiva d’amore occorre distruggere in sé ogni idea precostituita, ogni sclerosi posturale a cui siamo assuefatti, ogni gerarchia come scala che permette alla nostra volontà di ascendere a Dio: il movimento, infatti, è il contrario  -  quello di un lasciarsi amare e “distruggere” insieme; ed è anche questo l’atteggiamento più appropriato per essere in quella dinamica che ci permette di compiere le opere che il Padre compie in Cristo. Anche nel vangelo di Giovanni, quindi, sembra non bastare il “vedere” e il “conoscere”, due modalità cognitive che pure sono centrali in tutto lo scritto  -  se non abbiamo il coraggio di lasciare che il Maestro si chini ai nostri piedi per amore, se non ne vediamo la necessità, se non riusciamo a non vergognarci della dolcezza di cui abbiamo bisogno e posare il capo sul petto di Gesù come il “discepolo amato”:nella tradizione evangelica di solito “l’amato” è sempre il Figlio o il Padre, solo in Giovanni è sottolineata con forza la figura contraria dell’amato riferito al suo discepolo, “prediletto” forse proprio per questa relazione di abbandono nella fede  -  come a dirci che forse la cosa più difficile non è tanto e solamente l’amare, con tutto il suo corollario volontaristico, quanto piuttosto l’umiltà dell’accogliere l’amore di chi ci ama, l’essere amati.

 

 

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