LECTIO Letture: At 6, 8-15; Gv 6, 22-29.
A Gian Ruggero Manzoni
Nel vangelo di oggi “la folla” era rimasta “dall’altra parte del mare”, “dove avevano mangiato il pane”, mentre Gesù è già altrove. Tuttavia, il folto gruppo di persone che avevano assistito alla moltiplicazione dei pani, continua nella ricerca ritrovando il Messia “di là dal mare”, all’altra riva. Sappiamo bene che gli attraversamenti come questo hanno richiami importanti nelle Scritture: qui, si tratta di un primo passaggio, che potremmo anche leggere come richiamo ad una pasqua/passaggio perenne e mai gravato dalla sazietà; una “sazietà” che troppo facilmente può trasformarsi in sicurezza acquisita una volta per sempre - una sorta di nascita abortita, insomma. Infatti le parole di Gesù alle folle che lo ritrovano, sembrano a prima vista un rimprovero: “In verità, in verità vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”; ma qui mi pare che Gesù inviti piuttosto ad un ulteriore passaggio, ad una ulteriore resurrezione: come lui ha spezzato la pietra del sepolcro, anche le “folle” sono chiamate non solo a nutrirsi del pane spezzato, ma a spezzare se stesse come quel pane, per aprirsi a quella nascita continua di cui la Pasqua è solo l’inizio - come la liberazione dalla schiavitù egiziana è solo il primo passo verso la terra promessa. Gesù vede e mostra la debolezza e l’errore di quanti lo seguono perché è solo da quella fessura che la sua grazia può entrare ed agire in profondità: grazia e “rimprovero” sono sempre indistinguibili nell’insegnamento spirituale - e chi si ferma solo al rimprovero, o anche solo alla grazia, fallisce dia-bolicamente. La dichiarazione del Figlio, non a caso, suscita la domanda di quanti lo seguono, la fa sgorgare come l’acqua dalla roccia di Mosè nel deserto: “che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. La riattivazione della domanda è la riattivazione della sete, del desiderio mai del tutto appagato ma troppo facilmente tumulato nel profondo dei sepolcri che siamo - un’altra pasqua, quindi, un’altra fatica guidata e donata dalla fede e dalla grazia del Padre: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” - una “insaziabilità” quieta ma continua, incessante, non concentrata sulla volontà e su se stessi, quanto sulla fede, anch’essa dono e in cui la nostra fatica è quella dell’accoglienza, del lasciarci “spezzare” come il pane nel fare spazio perché essa agisca in noi. Nella pagina degli Atti Stefano, diacono con la funzione di provvedere alle mense (non a caso ritorna il tema del nutrimento), nonostante sia “pieno di grazia e di potenza” e capace di “grandi prodigi e segni tra il popolo”, viene anch’esso “spezzato” dall’incapacità di accogliere la sua sapienza, non perché troppo insicura o malcerta, ma proprio per la sua forza: “non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava” - è spesso questa, intendo quella degli oppositori del diacono Stefano, la nostra posizione: allora reagiamo con la difesa più accanita, con la violenza più (volutamente) cieca per opporci alla forza che rovinerebbe le nostre abitudini a cui disperatamente ci attacchiamo, processando e giudicando, con l’intento nichilistico di frantumare quel pane di vita in una “pappetta del nulla”, innocua e rassicurante. Così si muore, si muore “sani e salvi” - mentre chi, come il diacono Stefano, passa sotto al torchio del sinedrio frantumato come un pane che inquieta e provoca timore e tremore, mostrerà “il suo volto come quello di un angelo”.