LECTIO Letture: At 14, 19-28; Gv 14, 27-31a.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” dice Gesù nel vangelo di oggi. Se stiamo alla narrazione degli Atti, possiamo tranquillamente chiederci di che razza di pace stia parlando: persecuzioni, lapidazioni, tentativi di imprigionare gli apostoli non mancano, fino alla morte, come ben sappiamo. Non si tratta quindi di una pace come tranquillità e quieto vivere; nemmeno quella di chi si sente superiore agli altri, chiuso nella sua perfezione inscalfibile o nell’approvazione incondizionata (e nemmeno, a pensarci bene, nel suo rovescio, a volte tanto confortevole anch’esso). È una pace che, in ogni caso, non “ingombra”e non si impone, non impone il peso/kabod/doxa della sua Gloria sulle spalle degli apostoli, di quelli che, secondo Atti, vengono appunto “inviati”: tanto che, nel vangelo di Giovanni, questa parola non viene mai usata e si parla piuttosto di discepoli e di “amici” nell’amore; Cristo infatti dice ai suoi “amici”: “Vado e tornerò da voi. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre”; per Giovanni il “vuoto” lasciato da Gesù Cristo non è un “meno” ma un più  -  un di più di libertà nello Spirito. Viene in mente il confronto tremendo e veritiero del Grande Inquisitore con un Cristo tornato sulla terra: gli uomini non sono fatti per tale libertà, hanno bisogno di consolazione e di miracoli a buon mercato, non del deserto della libertà, dell’essere presenti a se stessi, ora, adesso. Nel ritorno al Padre del Cristo che ha vinto la morte, veniamo lasciati nel deserto delle tentazioni, chiamati a diventare quello che siamo, senza ingannare noi stessi e chi ci sta vicino. Siamo chiamati ad “aprire la porta”, come ci ricordano gli Atti, non solo ai “pagani”, ma all’accadere come evento sempre nuovo, privo di sicurezze. Quella pace, che non è come quella che “dà il mondo”, non è anestetica e narcotizzante  -  e ci chiede di entrare in essa, per mezzo dello Spirito, abbandonando le necrosi inevitabili della nostra salvezza personale ed egotica: quella pace sta forse sotto all’io, è forse il sé che il non-dualismo, che attraversa trasversalmente molte tradizioni, da sempre ricerca: non può esserci paura fuori dall’io; la paura sta nell’uscita dall’io, nella capacità di “aprire la porta” e lasciarla aperta  -  lavoro, forse, di tutta una vita.

Tornando al racconto del Grande Inquisitore, non dobbiamo nemmeno svalutarne la portata di verità, che risiede anche nelle parole del personaggio “negativo”, non solo nel silenzio del Cristo tornato sulla terra: in effetti, l’Inquisitore conosce molto bene l’uomo, si è chinato fino in fondo nella sua miseria e nell’umiltà (altro che banalità!) del suo male; anche lui, come Cristo, si è kenoticamente avvicinato e confuso con tutto il negativo o, meglio, il non compiuto; anche lui, potremmo dire, usando una espressione paolina, “si è fatto peccato”  -  certo, come Cristo, almeno fino ad un certo punto; ma forse non come tanti venuti dopo di lui, il Figlio, atleti della perfezione morale, elitari dello spirito che non si rendono conto di lasciare indietro gran parte dei fratelli. La tensione non risolta, perché vivente e perennemente da ricalibrare, tra potere e libertà, forse sta tutta qui. Le “migliori intenzioni” spesso sono fonte di catastrofi, di accecamenti che abbisognano sempre nuovamente di quel fango, di quell’humus/umiltà con il quale Gesù ha sfregato gli occhi del cieco ridandogli la vista. Le chiese sono spesso con le porte “chiuse” o solo “socchiuse”: non lasciano entrare tutti e giudicano, giudicano senza  pensarci troppo; forse avrebbero bisogno di quello stesso fango, di quella stessa terra/adamà che contiene anche la vita/sangue/dam per tornare a vivere. L’Inquisitore si china sull’umanità con grande umiltà, ne scruta e ne comprende i limiti e li ricolma di “miracoli” e “assicurazioni” per una vita quieta, ma non per la pace. Cristo si china e comprende quanto l’Inquisitore ma non riempie le vite nello stesso senso: Egli lascia un vuoto vivo di presenza a se stessi e di libertà nello Spirito  -  ma pur sempre un vuoto. Se imitiamo l’Inquisitore sbagliamo, certo; ma anche se imitiamo Cristo a metà: senza cioè tenere conto dell’umiltà senza fine del male, senza cioè la misericordia e la comprensione non giudicante. L’Inquisitore, infatti, sbaglia perché giudica l’uomo al di sotto delle sue possibilità di essere libero e riversa su tale debolezza costitutiva il potere e il controllo; chi dice di seguire l’esempio di Cristo, invece, spesso sbaglia nello stesso modo, con in più l’aggravante di un certo esclusivismo spirituale.

 

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