LECTIO Letture: 1Re 8, 7 –7.9-13; Mc 6, 53-56.
Ciò che colpisce nelle letture di oggi è un particolare concretissimo che mi piacerebbe appunto riportare alla sua materialità nuda. È il lembo del mantello di Gesù, che una folla tumultuosa e bisognosa cerca anche solo di toccare, di sfiorare nella grande calca di dolore e di sete di salute. Ebbene, quel lembo non è “sacro”, non è altro che un pezzo di stoffa, probabilmente anche sporco, insozzato di polvere e di sudore. Cosa allora fa guarire le folle? Potremmo certo dire Gesù stesso, la sua grazia che si spande gratuita, come la nube che occupa il Tempio nella prima lettura. Tuttavia, sento che non può bastare. Ci sono altri particolari fondamentali da mettere a fuoco. Intanto, il lembo del mantello è in mezzo alla folla, non nel recinto del Tempio come l’Arca che entra nel Santo dei Santi: questo sicuramente è un segno di una nuova apertura non immunitaria della Grazia - anche se, nello stesso Tempio di Salomone, la Nube rimane “nube oscura”, non certo un sistema di dare/avere quindi, ma di adorazione del Mistero; non dobbiamo poi nemmeno dimenticare chi era Salomone: colui che non aveva chiesto nulla per sé se non la “conoscenza” e la sapienza in funzione di ben governare, quindi aperta all’altro, non richiusa egoisticamente su se stesso: solo per questo, infatti, il Signore gli dà anche tutto il resto, in abbondanza - quasi a volerci ricordare che l’economia dello stesso Tempio ebraico è, nella sua essenza, luogo di gratuità aperto all’altro e per l’altro/Altro. Anche Cristo, in fondo, mostra questa apertura all’altro in maniera ancora più palese, mischiandosi alla folla disperata, condividendone le tensioni, le paure, le speranze, anche il caos e la sofferenza: non è certo un Gesù indifferente, come potrebbe sembrare ad una prima lettura, soprattutto se pensiamo che, in questo caso, praticamente Gesù non fa niente, solamente si espone e si lascia toccare - forse a sottolineare che la sua opera non è cristocentrica ma teocentrica, orientata al Padre e non chiusa su di sé. Cristo sembra quasi confondersi in questa folla ma, ogni volta che qualcuno tocca il suo mantello, egli ridiventa potenza di guarigione e dispensatore di Grazia. Cosa significa questo? Significa forse che il luogo santo non è nel mantello, e nemmeno in Gesù solo - ma nella relazione accogliente che egli instaura concretamente con l’altro, senza nessuna imposizione, senza alcuna potenza soggiogante: chi lo tocca, chi tocca il suo mantello è guarito, si rende conto che il dono non è tanto nel mantello, ma principalmente nella spinta a volerlo toccare, nel bisogno riconosciuto in sé e capace di chidere, di sporgersi verso la Grazia. Questo, lo ripeto, è già Grazia donata. Si guarisce di questo, in questo, e non si trattiene, non si strattona il mantello, non si cerca di portarne a casa un lembo - come lo stesso Gesù non è lì per “fare proseliti” ma solamente per darsi, gratuitamente. E Gesù diventa Salvezza ad ogni tocco che non lo trattiene (come accadrà poi, nel famoso noli me tangere). Non c’è nulla di magico nel lembo del mantello, e nulla di magico in Gesù: nel vangelo di Marco, poi, questo viene sottolineato anche in un altro senso: la verità messianica viene tenuta nascosta, non per gelosia, ma per paura di fraintendimenti (che comunque ci saranno fino alla fine, e fin dentro la cerchia ristretta dei suoi) e anche, aggiungerei, per non confondere la regalità con un potere da arrogare a sé. Del resto, nella stessa Arca “non c’era nulla, se non le due tavole di pietra, che vi aveva deposto Mosè sull’Oreb”.