LECTIO
Domenica 5 febbraio 2012
Letture: Gb 7, 1 – 4, 7; 1Cor 9, 16 – 23; Mc 1, 29 – 39.
Siamo al centro di un movimento continuo che, parallelamente e paradossalmente, è insieme quello dell’affanno di Giobbe, dell’annuncio di Paolo e delle guarigioni e “fughe” di Cristo in Mc. Tale dinamica non si ferma, non può essere gestita e in qualche modo addomesticata: potremmo anche dire che non può nemmeno essere del tutto svelata e soprattutto “com-presa” - infatti, gli unici che in qualche modo potrebbero “conoscerla” sono i demoni che Gesù non fa parlare. Questo “com-prendere” è anche il “vanto” che Paolo ci insegna a rigettare nell’annunciare la Parola: forse, non si tratta tanto del sapere se sia o meno iniziativa di chi annuncia (anche se chiaramente tale componente non può mancare), quanto piuttosto del bisogno di non “attaccamento” al dono, che va quindi condiviso, con tutti. Ma si tratta anche, in queste pagine, e non solo in quelle di Paolo, di condividere anche qualcos’altro: gli affanni e le domande laceranti di Giobbe e di ognuno di noi; di non cancellarle ma, al contrario, di renderle motore fondamentale del nostro percorso, di condividerle empaticamente, di “farsi debole per i deboli” dice Paolo, ma anche, direi, debole con i deboli o, ancora meglio, di scoprire la nostra costitutiva debolezza, il nostro essere “senza forza”. Diventare “partecipi del vangelo”, come dice Paolo, non è forse altro che questo: l’abbandono attivo, potremmo dire, con un altro paradosso. Solo in questa passività desiderante, che non si impone agli altri, che non cade mai nell’obbligo della “cura”, che sa anche chiedere senza vergogna egoistica, le varie “malattie” vengono “curate”. Vivere nel vangelo non significa quindi pascersi della sicurezza e dell’appropriabilità del bene, della Grazia e della “salute” ma proprio il contrario; come non si tratta nemmeno, lo ripeto, di imporlo agli altri ma casomai di ex-porlo, ex-istendo. Significa anche accettare una ulteriore “debolezza”, quella che Gesù ci mostra, in noi, quando risponde ai suoi discepoli che gli dicono: “Tutti ti cercano”, con una parola che può sembrare sconcertante e anche dura: egli infatti dice “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là: per questo infatti sono venuto”. Stare nella dinamica del vangelo, nella sua pratica in atto, è questo - stare in una comunità tra il Noi e le singolarità, in una rete ariosa, tesa come le vene di un braccio aperto, in uno scambio di respiro che è vita e affanno, perché “un soffio è la mia vita”. chi prova a scrivere queste considerazioni, sente tutto il peso di tali presunzioni, che possiede: anche in questo, chi scrive, si sente “debole tra i deboli”, e non si chiama fuori. Prova solo, come primo passo di un percorso che, come ci ricorda il vangelo, non è mai fermo - in questo, il vangelo di Marco, è davvero esemplare - e che come prima tappa non può che avere la visione delle sue stesse “infermità”, dell’attaccamento verso queste cose. Ma non ci si deve, mi pare, attaccarsi nemmeno alla lotta contro l’attaccamento, se si vuole diventare ciò che si è, appunto “soffio”.