LECTIO Letture: Gl 2, 12-18; 2Cor 5, 20 – 6, 2; Mt 6, 1 – 6.16-18.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

Il Salmo 50 recitato oggi si chiude con una esortazione e un desiderio: “e la mia bocca proclami la tua lode”; una lode che tuttavia si mischia alle ceneri, che pare partire e covare davvero sotto alle ceneri, forse proprio grazie al loro simbolo concretissimo. Non posso non ricordare una delle poesie più intense di Geoffrey Hill, che dice:

 

Poesia come salutazione; gusto

Di cinerea festa pentecostale. Ferite azzurre.

Le atrocità della lingua. La poesia

Dissotterra tra i morti ammutoliti

 

Lazzaro mistificato, l’uomo generico

Della morte. Il giglio drizza il volto cesellato

Dalla disposta argilla. Propizi

Auspici; brusii; aureo sterco incatramato:

 

“Una rinascita” come dicono. I vecchi

Allori s’agitano con i nuovi: Selah!

Così lodabile l’osso calpestato, così

Irrefutabile la destrezza delle lingue.

 

È una rinascita, un risveglio quello a cui siamo chiamati: un percorso che  Olivier Clément chiama appunto “risveglio dal sonnambulismo quotidiano”; un passaggio, come del resto è la stessa Pasqua. Siamo quindi nel deserto, ma siamo anche lì in vista dell’esodo: verso una terra che, tuttavia, mai sarà nostra proprietà. Siamo parimenti nei 40 giorni di deserto attraversati da Cristo. Tutto questo ci spingerebbe forse a gesti eclatanti, eroici, drammaticamente rappresentativi  -  oppure ad una visione della Quaresima come rinuncia al mondo, stigmatizzazione del peccato, del negativo della carne e del creaturale. Tutto al contrario, io credo. Il profeta Gioele risponde al primo dubbio sottolineando sommessamente ma con fermezza: “Laceratevi il cuore e non le vesti”  -  non si tratta solo di non rendere spettacolare l’ascesi perché altrimenti, come ci ricorda Matteo nella pagina evangelica, quelli che lo fanno “hanno già ricevuto la loro ricompensa”  -  qui, tuttavia, l’evangelista va molto più a fondo: non è una punizione divina il fatto che la ricompensa si riduca al plauso esteriore di chi vede  -  Dio non punisce: siamo noi che ci imprigioniamo nel giudizio degli altri, che ci attacchiamo a queste cose, precludendoci la libertà da esse in esse, la vera libertà. E, tornando alla parola di Gioele, si potrebbe leggerla come un richiamo ad un esercizio che sappia andare davvero in profondità, che possa mettere in discussione fino in fondo tutta la nostra vita. Allora, più che tempo di mortificazione, mi pare che la Quaresima sia davvero tutto il contrario: è un tempo di risveglio, di travaglio verso la rinascita, verso una vita piena e semplicemente più luminosa; di liberazione dalla schiavitù dell’Egitto interiore che sempre ci abita. E non si tratta nemmeno, a ben guardare, di dividere dicotomicamente apparenze ed essenza, perché tutto è sim-bolico. Ce lo mostra e ce lo fa vivere fino in fondo proprio il gesto dell’imposizione delle ceneri  -  lungi dal mortificare la vita, il mondo e la creazione, esso ci rende evidente ciò che già lo è nella sua abbagliante semplicità: le ceneri certo simboleggiano la precarietà della nostra esistenza, e quindi implicitamente ci mostrano l’amoroso posarsi del braccio di Dio su di noi, capace di rinnovare l’alleanza che fa rinascere, che ci fa risvegliare; ma, molto più concretamente, bisognerebbe anche vedere cosa accade a quelle ceneri: esse si disperderanno e noi torneremo puliti e semplici  -  il vento/spirito/ruah le disperde, disperde le incrostazioni idolatriche del nostro io, anche quelle legate alle “buone opere”, al compiacimento che diventa attaccamento. Non posso non pensare alle ossa aride di Ezechiele attraversate dalla ruah: “potranno queste ossa rivivere?”, vale a dire essere libere e respirare, e lodare davvero con la lingua slegata da ogni immobilità e schiavitù? L’ascesi non è altro che questo esercizio del lasciarsi prendere da questa tempesta che fa cadere ciò che ci tiene legati e schiavi come il popolo eletto in Egitto (e questa liberazione non sarà mai finita, il libro dell’Esodo ce lo mostra molto bene: la nostalgia per le sicurezze e le comodità della schiavitù sono sempre sotto agli occhi del lettore, quel bisogno di non essere liberi ci scandalizza e ci tranquillizza ad un tempo, perché è la fonte del vero peccato: la difficoltà del distacco o la sua esagerazione che ripiega di nuovo l’esodo verso l’autocentrarsi su di sé). Dio è disposto amorosamente a “dimenticare” il nostro peccato, la cui essenza è proprio quella appena delineata, vale a dire il voler essere schiavi di noi stessi e di ogni Egitto interiore. Ma noi, siamo davvero disposti a “dimenticare”? la bocca del salmista che canta nella cenere è una bocca che dimentica per poter lodare.

 


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