LECTIO Letture: At 3, 13-15. 17-19; 1Gv 2, 1-5a; Lc 24, 35-48.

Pubblicato il da trailmassacroelamanuense

 

Il vangelo di oggi, tratto dalle parole di Luca, continua nell’esplorazione della resurrezione nell’ambito del punto che davvero importa: i segni concretissimi che essa semina nella storia e nella quotidianità dei discepoli. Prima c’è il racconto, fatto dai due testimoni di Emmaus, agli altri discepoli riuniti insieme e ancora chiusi nella loro difesa e paura: a Emmaus, infatti, Cristo si fa prossimo “lungo la via”, all’aperto, condividendo i passi incerti e disperati di chi, ancora con paura e sconforto, si sta comunque allontanando da lui. Ma sembra tuttavia che il solo racconto non basti: non penso che questo sia un rimprovero implicito che l’evangelista sottolinea; piuttosto, si tratta di segnare un passo ulteriore per ogni fedele, anche per noi oggi: è il fare esperienza dell’evento in questione, liturgicamente potremmo dire (il solo racconto e la delucidazione delle Scritture, infatti, non era bastata nemmeno sulla via di Emmaus)  -  e, lo ripeto ancora una volta, non si tratta di poca fede, poiché la fede stessa ci chiede di essere toccati dall’evento/Cristo in prima persona, nella carne e nella vita di tutti i giorni, perché solo questo porta la pace, una pace che non esclude  l’uragano, ma che si piazza proprio al loro centro con parole sconvolgenti: l’occhio del ciclone è quel “pace a voi” con il quale il Figlio esordisce in mezzo a loro. Non si tratta di “intimità” sentimentale: Cristo si premura di dire con grande chiarezza che “non è uno spirito” (non viene usata, nell’originale greco, la parola “fantasma” come purtroppo tante tradizioni ancora turbate, continuano a scrivere!)  -  quel tipo di “intimità spirituale” che rischia sempre di diventare, appunto, fantasmatica e disincarnata, staccata dalla carne dei giorni e ridotta al solo mentale e intellettuale, o ad un sentimentalismo vago: vera e propria tentazione dia-bolica. Gesù risorto invita infatti a fare un uso copioso dei sensi: “toccatemi”, “guardatemi”, datemi da mangiare! Solo dopo ritorna ad “aprire loro la mente sulle Scritture”. Lo stupore e il tremore, diciamo pure anche, ancora, l’incredulità, impediscono loro un pieno riconoscimento, perché? Perché nessuno resta uguale a se stesso dopo il dolore, nemmeno il Figlio (e nemmeno il Padre, mi permetto di dire, che in lui si manifesta): Egli è trasfigurato, ma non nel senso e nella direzione di una ipotetica “disumanizzazione” a favore di una divinità mitica, ma proprio al fondo e al centro della sua umanità più vera di uomo illuminata dal Padre. Inoltre, il “non riconoscerlo” ha anche un altro significato: Egli è ora al suo massimo grado di apertura dei sensi (non nella loro cancellazione o condanna), in quel grado estremo di umiltà gloriosa che l’uomo ancora non ha raggiunto, e per questo risulta difficile riconoscerlo e com-prenderlo  -  proprio perché non è uno “spirito”!

Poi Gesù risorto parla del compimento delle Scritture, ma di cosa sta parlando effettivamente? Dice anche che il Cristo doveva “patire”, ma cosa intende precisamente? Non si tratta di un piano prestabilito di espiazione vicaria, del progetto di un Dio assetato di sangue che vuole fin dall’inizio il sacrificio del suo Figlio. La Lettera agli Ebrei ci dice che “imparò dal suo patire”, certamente  -  ma non era venuto per patire e non ha cercato il patire e la morte: cosa ci sarebbe da imparare da un teatrino già predisposto, in cui tutte le  parti e le azioni sono già assegnate in principio da un regista? Non si tratta della ripetizione mnemonica da dopolavoristi che si ingegnano a mettere in scena una farsa. Gesù impara nell’abbandono, il Padre lo lascia solo, come spesso lascia solo ogni uomo, per un rispetto estremo: il Padre, che così diventa maestro nel senso profondo della parola, si fa da parte, si fa impotente come un bambino (di essi, infatti, è il Regno), per fare davvero crescere il Figlio. Dal patire Gesù impara questo, e anche noi siamo chiamati a questa scuola dove non si imparano nozioni che salvano e proteggono la nostra “minorità”, la nostra infantile partecipazione alla fede, ma quell’abbandono e quella umiltà che risveglia in noi il passaggio alla maturità. È una pratica faticosa ed estremamente pericolosa, che ogni vera direzione spirituale, ogni paternità spirituale racchiude in sé.

Allora, possiamo anche comprendere meglio quello che la lettera di Giovanni ci dice: “Chi dice Lo conosco, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto”. Questo osservare i suoi comandamenti, quindi, non è mai riducibile alle “buone azioni”, alla legalistica osservanza dei precetti: se non veniamo toccati e infranti da quella verità che si mostra nei termini che abbiamo detto, nell’abbandono della Croce, niente vale davvero. L’amore estremo di Dio è visibile forse soprattutto in quell’abbandono che ci chiede di non essere “sudditi”, meri calcolatori e macchine per il rispetto dei precetti in maniera asettica ed esteriore, solo per rimanere al sicuro “all’ombra del potere del padre”, ma ci spinge a diventare integralmente liberi e umani. Potremmo anche dire che si tratta di “uccidere il Padre”, l’immagine di un Padre ingombrante e mortifero, pesante come la pietra posata sul sepolcro  -  perché non è quella l’immagine reale di Dio, ma solo una nostra difensiva proiezione; quel Dio è davvero morto e ci mostra invece il suo volto in quello libero, vitale e liberante del Figlio risorto  -  perché un padre e un maestro spirituale ci donano la loro debolezza, il loro desiderio di apertura, affinché possiamo diventare partecipi di quella “religione adulta” di cui parlava Bonhoeffer, facendone esperienza concretissima come amore che ci rende “irriconoscibili”, nuovi e vivi.  

 

Pubblicità
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post