IL VUOTO DEI SALMI
Nei salmi, come del resto in tutta la Scrittura, e mi rendo conto che a prima vista questa cosa può a molti sembrare paradossale, non c’è censura - nel senso che non si narrano solo le vicende positive ma, forse soprattutto, quelle negative dell’uomo: la rottura della relazione con Dio, la violenza, l’odio, la morte, la distruzione e il caos, la distanza e il non agire di Dio e dell’uomo, i loro rispettivi silenzio e la nostra disperazione. I salmi mostrano in maniera particolarmente evidente tale situazione, tale dinamica contraddittoria: potremmo dire che ne sono la forma in atto, la veste e la cassa di risonanza. Per essere tali, devono in qualche modo essere un vuoto, uno spazio di povertà e accoglienza estrema, aperto a tutto, proprio a tutto - dalla lode alla bestemmia, dal lamento al grido di gioia, dal dibattito giuridico alla santificazione liturgica, dal codice della preghiera e del linguaggio fino ai limiti, in alto e in basso, di un indicibile profondamente umano e divino.
L’attribuzione della maggior parte dei salmi al re David, come sappiamo bene, è soprattutto simbolica ma, con Paul Beauchamp, credo valga la pena indagare questo aspetto: il teologo e biblista francese ci ricorda che il re è di solito il rappresentante per eccellenza del suo popolo; ora, tutta la tradizione ebraica vede in David la figura, il prototipo messianico; ne conosce la gloria, certamente, ma non ne censura nemmeno le contraddizioni, il peccato e la violenza. Già questo aspetto ci dovrebbe far riflettere, naturalmente. Ma c’è qualcosa in più, ed è proprio quello che ci dice Beauchamp: se il re è l’immagine, lo specchio in cui il popolo può vedersi e sentirsi davvero rappresentato, allora egli non può non essere anche quel grumo di dolore errore e povertà, di dispersione e distanza disperata dal bene e dalla salvezza. Agota Kristof scrive, in un suo romanzo, che per essere uno scrittore bisogna essere un niente: penso che questo valga ancora di più per il salmista - tra l’altro, tale disposizione e prospettiva, che non smette mai di essere messianica, come abbiamo detto, potrebbe anche mostrare quell’aspetto della povertà e della debolezza/disponibilità che spesso viene dimenticato, a fronte di un sistema di pensiero che invece ragiona e calcola soprattutto in termini economicistici di ricompensa (non dimentichiamo che chi scrisse i Salmi viveva in un contesto in cui tutto si giocava nella vita qui e non in un al di là che, per gli ebrei del tempo, era solamente lo Sheol). Questo “niente” è allora in realtà uno spazio della disponibilità, donato per grazia divina, poiché è lo stesso Dio che ci dona lo spazio della preghiera, aprendo in noi questo buco d’aria e ritmandolo attraverso il canto dei salmi, che ci insegna a pregare nel modo tipico, mi pare, del maestro - vale a dire senza imporsi, senza caricarci di concetti e nozioni ma, piuttosto, di pratiche aperte, che possiamo indossare, accettare oppure respingere, nella più piena libertà.
Ecco allora che la preghiera del salterio si apre solo se noi la vediamo e la viviamo come uno spazio vuoto, povero ma capace di contenere tutto l’umano in un abbraccio che non giudica e non fa distinzioni accomodanti. È in questo spazio che ci sentiamo accolti, non in quello censorio e giudicante di troppe istituzioni; potremmo anche dire, passando alla prospettiva cristiana, che l’ampiezza di tale gesto che tutto abbraccia è la massima evidenza che ritroviamo nella croce e nella pratica liturgico-rituale. Entrando nei salmi, la nostra voce e la nostra vita vengono innalzate e tirate come i nervi del Cristo sul legno, non per violenza sacrificale quanto piuttosto in una prospettiva positiva, seppure durissima, di amorevole benevolenza che accompagna con-dividendo debolezza e gloria, polvere e oro, ruggine e germoglio. Dobbiamo però, prima di proseguire, chiarire che tale amorevole benevolenza non ha niente a che fare con un sentimentalismo e un buonismo oggi tanto in voga (che non è altro, quasi sempre, che l’altra faccia, più profumata e riassettata, dell’indifferenza e della distanza, dell’accecamento, volontario o meno che sia), essa, potremmo dire, è crudele (nel senso di Artaud), è parte forse di quell’atletismo del gesto-parola-corpo (i salmi sono un libro eminentemente corporale e di azione, di cammino e di movimento incessanti) che si apre totalmente, pur portando in sé le difficoltà, le occlusioni e gli egoismi come nodi legnosi che il lavorio e la continua ruminazione potranno districare e letteralmente far di nuovo respirare.
Da qui possiamo anche capire che l’altra precisazione doverosa è legata alla parola “innalzamento” che ho scritto più sopra e che viene di solito associata alla preghiera: credo che ci si innalzi solamente per meglio mostrare la propria povertà - mi viene in mente, a questo proposito, un piccolo e preziosissimo libro di Christian Bobin su Francesco, intitolato Le tres-bas, in contrapposizione all’altissimo - per non nasconderla come coloro che, da morti, seppelliscono i loro morti - del resto, non dimentichiamo che sono proprio i sepolcri ad essere imbiancati, ciò che si nasconde, che resta in basso – e, fatto ancora più importante, ci si innalza solamente per avere un orizzonte il più ampio possibile, per vedere e condividere la creaturalità e la fragilità di ogni condizione, anche di quella divina, perché quell’abbraccio sia potenzialmente infinito, aperto, disponibile - ma mai “superiore”, mai distaccato; insomma, ci si deve mostrare per quello che siamo, conciliarci prima con la finitezza, per poter poi avvenire come uomini in ascolto e in preghiera. Questo “innalzamento”, del resto, visto che siamo, con i salmi, in un contesto anche rituale, potrebbe richiamare quel fumo che sale come preghiera gradita a Dio nel sacrificio - fumo o spreco/hevel che personalmente mi riporta alla nota espressione in Qohèlet: una sorta di pulizia che fa piazza pulita di ogni blocco, di ogni stabilità idolatrica e che, nello stesso tempo, innalza e lascia che il vento/ruah trasporti quel grido umanissimo di hevel/Abele, primo spreco della storia da reintegrare, ancora una volta, messianicamente.
Una prima obiezione, giusta, potrebbe riguardare il fatto che, nei salmi (ma non solo), c’è una netta contrapposizione tra il fedele e gli empi, tra il giusto e i peccatori. Per comprendere questo, occorre situare la dinamica narrativa dei salmi all’interno del loro contesto principale, che non è sempre il tempio: anzi, molto più spesso potremmo dire che si tratta di una sorta di tribunale, di una disputa in cui ci si deve difendere dalle accuse e dai torti subiti, mostrando la propria innocenza: è, insomma, ancora una volta una situazione estremamente viva e dinamica, concreta; del resto, anche questo fatto di gridare la propria innocenza, in apparenza sconcertante e potenzialmente carico di orgoglio, trova in questo contesto giuridico la sua giusta spiegazione.
Un altro spazio vuoto che i salmi condividono, del resto, con tutta la Scrittura, è quello dell’evento raccontato, in particolar modo dell’evento di salvezza, di sicurezza e di amore di Dio (anche dell’amore di Dio, certamente, almeno a prima vista). Scrive Beauchamp:
Accanto al prodigio, [la Bibbia] pone sotto i nostri occhi l’esperienza del domani e del dopodomani che fanno seguito al prodigio; l’esperienza, cioè, che il fatto straordinario è ormai lontano. E non c’è dubbio che si tratti di un’esperienza che ferisce e consuma la carne […] Coloro che hanno vissuto il prodigio sono lontani da noi. Ma coloro che hanno vissuto la sua mancanza, la sua scomparsa, l’ombra invece dello splendore, costoro sono vicini a noi. Il loro oggi coincide con il nostro, ed è un oggi che nella Bibbia si fa sentire a lungo e di frequente, in particolar modo in quei salmi denominati “suppliche”. Si tratta di qualcosa di più di una semplice vicinanza: noi li tocchiamo. Per queste persone, i prodigi di Dio sono una tradizione, un racconto imparato […] “Avere udito” dalla bocca dei genitori, “avere imparato”, “insegnare” ripetendo agli altri, sono tutte espressioni che indicano chiaramente la presenza di una tradizione e di un catechismo. La voce che la Bibbia ci fa sentire, è molto spesso, pagina dopo pagina, la voce di coloro che possedevano le parole e non le cose. Nella misura in cui neppure noi possediamo le cose, possiamo servirci delle loro stesse parole.
Anche questo è un luogo di povertà, di mancanza di pienezza, una figura vuota che attende di essere messianicamente colmata, potremmo dire. Ma questo non è in nostro potere, non possiamo possedere quella pienezza, io credo, né ora né mai. Ma a noi è sicuramente dato il tessuto, il textum dei Salmi: il lavorio quotidiano della costruzione, sul vuoto, di una relazione. Dovremmo forse capire che questo vuoto, talvolta durissimo, talvolta liberante anche da tutte le incrostazioni di una fede che marcisce e si arrugginisce come il ferro delle monete - dovremmo capire che questo vuoto è una grazia e una libertà, che la trama, per continuare la metafora della tessitura narrativa, non diventa mai una rete (anzi, nei salmi sono gli empi che cercano di catturare tramite reti ma che, irrimediabilmente, vengono intrappolati dalle loro stesse manovre; monito, questo, che potrebbe riguardare l’uso stesso dei salmi!); che i pescatori d’uomini ricordati nei vangeli non sono del tipo che spesso vediamo anche all’interno delle istituzioni cattoliche, pronti ad usare qualsiasi esca pur di fare buona pesca (e quante esche modeste, semplicistiche, buoniste ci troviamo a intralciare e a imprigionare le nostre bracciate nell’acqua limpida e fredda del mistero della nostra vita!). Non c’è niente da fare, lo spazio, per essere accogliente e non diventare troppo comodo, deve restare vuoto, deve poter accogliere tutto, davvero tutto al suo interno; la grazia non passa tra reti troppo strette o a strascico, e nemmeno la condivisione, che non può che essere condivisione del mistero, relazione con esso, nel silenzio attivo e non sconfitto della/nella parola. Le parole mostrano questo silenzio, più sono concrete e più lasciano spazio, come sassi ruvidi che ci lasciano percepire che abbiamo ancora mani, occhi, reni e carne - riportandoci al nostro essere umani, fino in fondo. I salmi, quindi, attraverso questa narratività concretissima, ci puliscono dalle pelli morte, dalle ecchimosi della mente e dell’abitudine del sacro (una contraddizione in termini, quest’ultima!); ci ricordano, anche nella loro forza eminentemente liturgica, che ogni presenza è continuamente da verificare, da provare, da lottare e soffrire - e che, come la manna (“cos’è?”), essa è sempre sotto i nostri occhi, ci nutre in abbondanza ma non ne possiamo mai fare provvista, non possiamo metterla sotto chiave, né tantomeno nelle ghiacciaie delle nostre presunte, e presuntuose, sicurezze divine che, altrimenti, si trasformerebbero in sepolcri la cui puzza sentiamo sempre, anche se nascosta dai fiori e dalle ghirlande.
Mi accorgo che torno spesso ad usare l’immagine o la metafora del sepolcro. E sono sicuro che con i salmi tutto questo ha molto a che fare. C’è un continuo richiamo della morte, una radicalità senza precedenti, perfino paradossale in questo: la lode non viene da chi è tornato alla terra; la bocca, arma per eccellenza in positivo ma anche in negativo, diventa apertura sepolcrale che urla per inghiottire e sbranare il giusto. Del resto, la parola ebraica che di solito viene tradotta con “vita”, nefesh, può anche essere indicata con il luogo vitale per eccellenza: la bocca si, ma in particolare la gola, da dove passano il respiro e le sostanze vitali, ma anche la voce e il canto, la lode e l’invettiva - il desiderio e la sua occlusione, il vomitare fuori (che ritorna ad esempio in Giona che viene letteralmente “vomitato fuori” dalle viscere del Grande Pesce, ma anche in Giobbe 28 in cui pare che il sapiente che si spinge negli abissi venga rivomitato fuori … ed è forse in questa pratica che l’abisso si fa non tanto conoscere ma praticare e abitare).
Siamo, quindi, nel punto in cui la vita si mostra e si fa sentire nella sua essenziale radicalità, ogni volta, ad ogni verso, nei salmi: ne va della vita, sempre, ad ogni momento: è questo quello a cui non crediamo, che la nostra vita quotidiana sia davvero così; eppure lo è, basta solo pensarci un attimo. Ecco quindi un’altra sfumatura della povertà, l’assoluta dipendenza dalla ruah, dal respiro che non è nostro e che dobbiamo non solo lasciare alla fine, ma che molte situazioni vengono direttamente a rubarci dalle labbra, dai polmoni, dalle carni. Chi recita i salmi con la voce, e quindi anche con tutto il corpo, come sarebbe giusto, magari in originale ebraico, si rende conto chiaramente di questo ansimare, di questo respiro irregolare che a ondate riempie e poi svuota i polmoni. In tutto questo, dobbiamo sottolinearlo con forza, non si tratta di sacrificio, di negatività o di esaltazione del dolore: si tratta solo della chiara percezione dell’adesso, di quel dare e ricevere che è il respiro stesso, di quel morire e rinascere ad ogni istante, come accade al nostro sistema cellulare e alla Presenza invocata nell’atto liturgico (al di là della sua nefasta fissazione dogmatica). Ci troviamo qui di fronte ad un altro paradosso, di tipo temporale, potremmo dire; se il tempo dei salmi è quello dell’Alleanza, se ogni supplica e ogni lode non può essere se non in relazione a essa e alla sua continuità nella storia del popolo di Israele (con le sue rotture e riprese), se ogni parola non è parola originale ma incrocio di tradizione e pratica di preghiera (la voce, soprattutto quella che chiede e supplica nei salmi, non avrebbe una base solida senza la tradizione di misericordia e salvezza presenti nel passato; e la stessa divinità, potremmo dire, non “esisterebbe” al di fuori della lode e del ringraziamento che ne sono in qualche modo le “prove”) - tuttavia, ci troviamo in un presente non assicurato, senza riparo sicuro, in cui passato e presente rimangono come sospesi ogni volta all’avverarsi del qui e ora, nel vuoto vertiginoso dell’attimo, liturgicamente chiamato sempre e di nuovo a rinnovarne il rischio e la consolazione della Presenza, riannodando così tradizione ed escatologia adesso. Recitare i salmi correttamente, vale a dire semplicemente diventandone il corpo, abbandonandosi al loro flusso e alle loro ischemie - recitare in questo modo non è altro che accordarsi e consuonare con ciò che siamo, con il semplice essere, al di là di ogni dualismo e ontologia, di ogni pre-vedere e ri-cordare che non siano il presente in atto del fare memoria. Significa “appropriarsi” del proprio mistero che, tuttavia, altro non è che respirarlo, praticarlo - dato che la verità e il “contenuto” del simbolo non è altro che la sua pratica.
I salmi sono quindi il luogo di un vuoto, di un presente mai assicurato e immobilizzato: sono l’avvenire di una carenza, di una fragilità e creaturalità senza precedenti. Proprio per questo, credo, essi stanno al limite di quello che la Scrittura chiama Eden: se ci pensiamo bene, il “paradiso” terrestre è, può essere, proprio questo - lo spazio in cui l’uomo fa i conti con la propria finitezza, il proprio vuoto e la propria carenza, luoghi per eccellenza di relazione e di desiderio; l’unica proibizione divina in Eden è quella del non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza: è una proibizione estremamente positiva, che ha la funzione di lasciare il fianco aperto al desiderio, al movimento, alla non appropriazione e, quindi, all’accettazione della propria finitezza; l’infrazione della proibizione porta l’uomo alla falsa pretesa di possesso della verità e alla oggettualizzazione delle cose e del vivente, al sapere cos’è il bene e cos’è il male, ad una ontologizzazione, potremmo dire, della vita in essenze. Le parole dei salmi navigano sulla soglia di questo “sbagliare la mira” (è il senso ebraico di quello che noi chiamiamo, forse già commettendo il primo errore e quindi essendo già scacciati da Eden, peccato), ci fanno provare ogni sfumatura di quell’equilibrio infranto della finitezza, in un contrappunto continuo, inesausto, mai definitivo: proprio perché finito.